Stefano Gentili - home page

Considerazioni su Democrazia, Società civile, Politica

Le incognite della democrazia

Alcune sfide di fine secolo

Gli argini della nostra democrazia

Viva l'Italia, Viva l'Europa

La grande opportunità dell'Europa

Dal "welfare State" alla "welfare Society"
attraverso il principio di sussidiarietà

Il muro della Pace

Un progetto per la Vita

Quel silenzio che urla

Di questi Anziani abbiamo bisogno

Volontari: cittadini solidali

Lo spettacolo aiuta

L'ULIVO speranza della nuova Italia

Qualcuno vuole fermare il nuovo

Ok! Il caso è chiuso


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Le incognite della democrazia

(Introduzione al Bilancio, Consiglio Provinciale, 21 febbraio 1996)

Quello che, ormai da anni, stiamo vivendo è un tempo particolare perché tempo di passaggio tra un Italia che fu (che è giunta sino a noi, ma che non ha futuro) e un'Italia che verrà. Tempo di passaggio, quindi tempo di crisi. Crisi e trasformazione che per qualche anno ha viaggiato ad una velocità così elevata da farci sentire tutti un poco attempati: per un attimo protagonisti, poi comprimari, altre volte osservatori. Poi improvvisamente siamo entrati in una fase di stallo.

Non c'è dubbio, comunque, che il quadro politico della democrazia italiana sia in movimento, magari carsico. Però, né l'insediamento del governo Berlusconi, né quello del governo Dini sono riusciti a stabilizzare il quadro. I recenti sforzi di giungere ad un accordo di grande coalizione per le riforme è pericolosamente naufragato, impedendo così di aprire realmente una finestra di opportunità per l'innovazione democratica.

Saprà la democrazia resistere a se stessa?

Ma una domanda, apparentemente retorica, che qualche mese fa si poneva G. Sartori, diviene centrale: mentre a livello planetario è sempre più difficile resistere alla democrazia, saprà la democrazia resistere a se stessa?

Nelle carte antiche le terre sconosciute venivano indicate con "hic sunt leones", qui stanno i leoni.

Noi stiamo entrando in un mondo pieno di leoni. Alcuni leoni sono già identificati, per esempio la bomba demografica e la minaccia di collasso ecologico; ma non riguardano la teoria della democrazia.

Altri leoni ci guardano e sono animali tuttora da identificare e insidiano, invece, le basi della democrazia, producendone, forse, una pericolosa metamorfosi.

L'era del Karaoke

La prima incognita è che stiamo uscendo dal mondo costituito da cose lette per entrare nel mondo delle "cose viste".

Il meccanismo comunicativo dei grandi mezzi d'informazione sta incidendo sul modello democratico, dato che il popolo cessa di essere protagonista e diventa spettatore.

La televisione frantuma i luoghi dove la democrazia si forma (il gruppo, la piazza, il circolo, il partito, la chiesa, il quartiere, il villaggio); raggiunge l'uomo solitario nella sua casa, sommergendolo con una cultura di massa planetaria. Mescola candidati e pornostar, comici e onorevoli, pubblicità di biscotti e pubblicità di idee. Seleziona e fabbrica personaggi e caratteri secondo codici visivi, fornendo al cittadino un teatrino semplificato dove il politico non è portatore di interessi, di proposte, di idee, quanto di mimiche di spettacolo, di cerone.

Ma così si cessa di essere cittadini, si diventa spettatori; la scheda elettorale è sostituita dal telecomando.

Come l'ideologia dispensava dal pensare, così ora i media dispensano dal giudicare.

La nostra è un poco l'età dal karaoke, gioco simbolicamente rappresentativo, visto che si tratta semplicemente di ripetere parole da altri scritte su una base musicale da altri suonata.

D'altra parte il meccanismo informativo determina anche trasformazioni di tipo socio-politico.

Pensiamo alle opinioni collettive. Oggi non si formano più al bar, nella sezione di partito, nel movimento giovanile. Si formano essenzialmente attraverso i mezzi di comunicazione.

Pensiamo agli interessi. Storicamente la rappresentanza di questi è stata portata avanti dal sindacato, dalle associazioni corporative, dalle confederazioni, dalle realtà più diverse. Oggi queste realtà hanno minor peso nella rappresentanza degli interessi rispetto alla forza che si manifesta attraverso i mezzi di comunicazione.

Per la prima volta nella storia l'uomo tecnologico ha a disposizione gli strumenti per toccare e orientare scientificamente la radice stessa della formazione del consenso.

Osserva Bobbio che se coloro che subiscono l'effetto di questa pubblicità diffusiva "fossero la maggioranza e se, come maggioranza avessero il peso che una qualsiasi maggioranza ha in un sistema democratico, il destino della nostra società, non solo di quella italiana, sarebbe segnato: sarebbe la società dei servi contenti".

La democrazia è un'apertura di credito all'homo sapiens, a un animale abbastanza intelligente da saper creare e gestire da sé una città buona. Ma se l'homo sapiens è in pericolo, la democrazia è in pericolo.

Il rancore dei ricchi

Sulla drammaticità di una tale conclusione si innesta una seconda incognita dovuta ad una questione che capovolge il concetto stesso di democrazia.

Il modello democratico è sorto per dare voce a chi era estraneo all'esercizio del potere, al popolo, ai meno abbienti.

Oggi - per dirla con G. De Rita - sta assumendo invece crescente rilievo il "rancore dei ricchi".

Ci sono intere fasce sociali e zone del Paese in cui hanno cominciato a propagarsi sentimenti negativi. Sono:

• germi di timore, perché la competizione internazionale può ridurre il loro livello di ricchezza;

• germi di chiusura, perché altri, meridionali o extracomunitari, possono invadere o ridurre la qualità della loro vita;

• germi di insoddisfazione civile, perché non funzionano i servizi resi dal settore pubblico;

• germi di rabbia, perché talune fasce sociali o zone territoriali hanno ottenuto di più;

• germi di rifiuto della mediazione politica, perché è sempre stata tesa a tutelare le fasce più deboli e non abbastanza le più forti dell'economia e della società.

"Da tutto ciò viene il rancore dei ricchi, cui non eravamo pronti, visto che da sempre ci siamo preoccupati dei pericoli prodotti dalla rabbia dei poveri. Si vede che, diventando europei, assimiliamo anche le astiose tendenze delle ricche periferie vandeane, bavaresi, fiamminghe" (G. De Rita).

La democrazia compiuta

La terza incognita attiene alla democrazia compiuta. Non siamo ancora usciti dal recinto della prima repubblica e ancora lunga è la strada che ci separa dalla Terra Promessa: la democrazia compiuta, la normalità democratica.

Obiettivo modesto, ma per noi terribilmente arduo: ogni volta che l'Italia è sembrata sul punto di raggiungerlo, è svanito come una bolla di sapone.

La finestra di opportunità è però dinanzi a noi e, una volta trascorso il periodo elettorale, dovrà essere coraggiosamente socchiusa per produrre una nuova forma di democrazia per il nostro Paese. Con le dovute attenzioni e cautele: perché la democrazia è e continuerà ad essere una costruzione intrinsecamente delicata e a rischio, implicando, in ultimo, il costruire e sempre ricostruire il vivere e gli assetti democratici. Ma le fasi critiche, come ben sappiamo, non costituiscono inevitabili aperture all'involuzione, ma anche porte aperte a trasformazioni, a cambiamenti virtuosi.

Insomma, voglio dire che si può anche cambiare forma democratica senza perdere la democrazia, ma aggiornandola ai tempi e alle esigenze del vivere comune che maturano nel tempo.

Per portare a compimento l'innovazione democratica è necessario -a mio modo di vedere - un impegno su tre versanti.

Un versante costituzionale, anzitutto.

La Costituzione va difesa con tutte le forze, ma l'unico modo per difenderla è operarne lealmente una revisione. Non a caso parlo di leale revisione costituzionale: infatti il limite alla modificabilità della Costituzione risiede nel rispetto rigoroso delle procedure, in quanto espressione del valore garantistico della Carta, e nel rispetto rigoroso e consapevole delle radici della nostra Costituzione, in quanto vero fondamento della legalità costituzionale. Se si volessero oltrepassare i due limiti citati, allora si dovrebbe parlare non di revisione costituzionale ma piuttosto di instaurazione di un nuovo ordinamento. E' evidente che se questo fosse il fine di taluni, non potrebbe esservi alcun terreno d'incontro fra chi parla di revisione costituzionale per sviluppare e attualizzare le potenzialità insite nella nostra Carta fondamentale e chi, invece, di revisione costituzionale parlerebbe come grimaldello per interrompere, attraverso lo sbrego costituzionale, un'esperienza storica in corso.

Un versante politico-istituzionale.

L'andamento sussultorio del passaggio alla democrazia dell'alternanza porta a pensare che per poter completare la transizione occorre mettere a fuoco tre questioni fondamentali: la necessità di contemperare il sistema maggioritario con regole che ne impediscano l'abuso (innovazione a livello di sistema politico/partitico); il dibattito sul tema di un'accettabile democrazia federale (innovazione a livello di forma dello Stato); la costruzione di una democrazia parlamentare con premiership (innovazione a livello di forma di governo).

Un versante intellettuale e morale, culturale e civile.

Ma l'esperienza del trionfo della demagogia televisiva deve indurci ad operare per un lavoro in profondità, non elitario e ristretto ma gridato dai tetti.

Alle preoccupazioni di R. Dahrendorf, secondo il quale "un'ondata sovrabbondante di mass media consoliderà ancor più l'esistenza passiva dei consumatori" e a quelle di chi ha detto che "il massimo di potere si unisce al massimo di vuoto, il massimo di capacità al minimo di sapere intorno agli scopi", possiamo far fronte col contenuto della famosa frase di Aldo Moro: "Questo paese non si salverà e la stagione dei diritti si rivelerà effimera, se non nascerà in Italia un nuovo senso del dovere".


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Alcune sfide di fine secolo

(Introduzione al Bilancio, Consiglio Provinciale, 22 febbraio 1997)

Al capezzale del XX secolo

Nella fase di transizione caratteristica di questa fine millennio sono giunte al capolinea le realtà economiche, le strutture culturali, le stesse categorie politiche e concettuali che lo hanno visto nascere.

Il passato non c'è già più. E ancora non sappiamo come sarà il futuro, a chi apparterrà? Chi si assumerà il compito di ordinare i popoli. Una fede? Un'idea? Oppure come sostiene il poeta russo Josif Brodschij, "se c'è qualcosa che unificherà il mondo è il denaro" e verrà il giorno in cui "i popoli si distingueranno soltanto per i diversi tipi di valuta impiegata"?

Il novecento ci lascia l'uomo orientale catturato da un forte sentimento di appartenenza ad una comunità, anche religiosa, che accetta la realtà nella quale vive, anche in ciò che è più deprecabile.

E ci lascia l'uomo occidentale, prevalentemente radical-libertario, assai spesso permissivista, materialista, individualista.

Insomma stiamo attraversando un vero passaggio d'epoca soprattutto perché sta venendo meno il consenso sociale attorno ai valori che rappresentano il cuore di un popolo e che costituiscono il pavimento della società civile. Se cede il pavimento, crollano i muri che su di esso poggiano. Per questo motivo la crisi che abbiamo dinanzi è strutturale: attacca la famiglia, la scuola, lo stato.

Guardate i giovani, che in questo senso rappresentano una sorta di antenne della società, che ricevono e trasmettono, senza decodificare: il loro comportamento anticipa e traduce sia i disagi che gli aspetti positivi di una società.

I raggelanti fatti del cavalcavia di Tortona ci dicono che la crisi non è solo esterna, è profonda: è etica e culturale. Anche la crescente diffusione delle tossicodipendenze è sintomo di un più profondo malessere esistenziale, di un disagio psicologico e morale a cui ritengo si debba rispondere, in primo luogo, con un serio impegno educativo.

Proprio pensando a questo ultimo scampolo di secolo e all'uomo che esso ci lascia in eredità ed ai fenomeni che ci presenta, mi chiedo e vi chiedo che tipo di risposta, seppur parziale, sia richiesta alla politica, nelle sue varie articolazioni.

Questo scampolo di secolo: la transizione nella globalizzazione

La secolarizzazione dei valori religiosi, la fine delle ideologie e la globalizzazione dell'economia, hanno contestualmente messo in crisi il concetto di sovranità degli stati nazionali, l'organizzazione dei legami sociali e della solidarietà (la crisi dello stato sociale), i contenuti del rapporto tra mercato e società (la crisi del lavoro), le identità individuali e collettive (la crisi del soggetto).

Questa transizione determina incertezza, smarrimento, diffuso malessere.

E, soprattutto, è scarsa la capacità di comprensione dei fenomeni in atto e delle conseguenze per noi e i nostri figli.

Pensiamo alla globalizzazione cioè a quel processo di progressiva costituzione del mondo in villaggio globale. Interessante sarebbe approfondirne la natura, ma è più utile ricordare alcune delle conseguenze rilevanti.

La prima conseguenza consiste nella disoccupazione crescente e nella relativa impotenza della politica di sostegno della domanda interna. Oltre certi limiti, infatti, il sostegno di quest'ultima, specie la domanda di consumi, si traduce in un aumento della domanda di importazione.

La seconda conseguenza riguarda la politica salariale. Nell'era della globalizzazione esistono solo i salari possibili, che sono la risultante della produttività e della qualità dei prodotti e consentono alle imprese di prosperare.

A pari produttività e qualità, le produzioni e i posti di lavoro passano inesorabilmente ai Paesi a più bassi salari. A pari salari, passano ai Paesi che sanno produrli meglio.

La terza conseguenza consiste nel ribaltamento delle gerarchie economiche del pianeta. Le organizzazioni internazionali (G7, Fmi, ecc.), che oggi sono guidate dai paesi occidentali, tra pochi lustri passeranno nelle mani della Cina, del Brasile, dell'India, dell'Indonesia, ormai divenuti Paesi con i prodotti interni lordi più alti dell'economia mondiale.

La quarta conseguenza postula la necessità di modificare anche sul piano ideologico-culturale molti consolidati punti di vista. Le cause della nuova frattura storica sono diverse dalla classica divisione Nord/Sud. Il fattore che rende forti e invincibili le economie del nuovo capitalismo è rappresentato dalla loro struttura sociale e dai valori che storicamente li sorreggono. In questi Paesi l'industrializzazione capitalistica ha modo di dispiegarsi in un ambiente permeato di un'etica e di una prassi sociale di tipo gerarchico-castale, in culture che ignorano la dimensione individuale e l'aspirazione dell'uomo alla giustizia, in società dove la regola è la presenza di regimi autoritari caratterizzati da una inesistente garanzia dei diritti civili e politici. Dinanzi a ciò abbiamo un'area euro-atlantica contraddistinta da un impiego di ingenti risorse nella spesa sociale e, più in generale, da un sistema dei diritti, del costo del lavoro, delle norme di sicurezza, dell'intervento dello stato sulla società, che va sotto il nome di stato sociale. Allora, cosa fare? Ridurre drasticamente il welfare per accorciare lo svantaggio dell'area euro-atlantica su quella extraeuropea, oppure esportare i valori e le abitudini socio-culturali della democrazia, provocando l'aumento dei costi di produzione dei nostri concorrenti?

La quinta conseguenza concerne il livello della governabilità. Ormai gli stati nazionali sono impari di fronte alla sfida della globalizzazione. Solo gli Stati continentali sono in grado di rispondere in modo vincente. Ecco una ulteriore ragione per accelerare il processo di costruzione degli Stati Uniti d'Europa.

Insomma, mentre di fatto la globalizzazione interpella tutti, sembriamo fortemente impreparati a percepire questa sfida che viene da lontano e non abbiamo ancora preso coscienza degli sconvolgimenti in atto.

Se, allora, l'economia globale mette alle corde lo stato nazionale e la rivoluzione informatica demolisce quanto ancora esiste della classe operaia; se le aree sociali colpite dall'emarginazione cercano protezione in movimenti nazional-populisti e corporativi, che attribuiscono il disagio sociale all'europeismo, allora... quale livello di rinnovamento politico e istituzionale è reclamato?


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Gli argini della nostra democrazia

(Introduzione al Bilancio, Consiglio Provinciale, 22 febbraio 1997)

Rispondere a questa domanda vuol dire entrare in casa nostra, nel nostro Paese. Dove, purtroppo, questa grande discussione è ridotta alle polemiche sui quarant'anni di mal governo democristiano, sul clientelismo, sul voto di scambio, sul socialismo all'italiana delle partecipazioni statali.

Quello che è accaduto in Italia nell'ultimo quindicennio è a tutti noto: crisi della politica, delle istituzioni, della legalità, della giustizia, del welfare, del lavoro.

Ma nessuna persona seria scriverebbe la storia del nostro paese ignorando che il problema della giustizia è al centro del dibattito politico di molte nazioni democratiche, o sottovalutando l'influenza della guerra fredda sulla qualità della democrazia politica, o trascurando la profonda svolta che si è verificata nel pensiero economico e nella prassi dei governi occidentali con il declino del keynesismo ed il trionfo del monetarismo, o sorvolando sull'influenza che hanno la rivoluzione informatica e la mondializzazione dei mercati sulla perdita di sovranità degli stati nazionali, sulla caduta dell'occupazione e sulla crisi del sistema fiscale e di welfare.

Dharendorf ha parlato di "fine del secolo socialdemocratico" per rendere evidente questo radicale cambiamento di prospettiva.

E noi ci culliamo in analisi superficiali ed evitiamo di chiederci cosa significhi l'assalto del "lassez faire" alla politica e alla stessa democrazia.

Già, la democrazia

"Anche la democrazia ha i suoi argini: le istituzioni. Se queste tengono, il fiume della politica corre sicuro nell'alveo, irriga e feconda.

Ma se gli argini cedono, le acque escono dal loro letto naturale, inondano spazi indebiti, seminano smarrimento e provocano guasti. In questi casi, la cosa più necessaria e urgente è rafforzare gli argini o, se occorre, costruirne di nuovi e di più sicuri" (Aggiornamenti sociali 2/1997).

Mi sembra questa una metafora appropriata per descrivere la complessa crisi che l'Italia sta attraversando.

Dinanzi a partiti nei quali è serpeggiato un certo spirito extraparlamentare, a magistrati che hanno ceduto alla tentazione della giustizia-spettacolo, a poteri forti della società civile, che sono scaduti nella politica spettacolo e in indebite invasioni di campo, l'unica vera risposta consiste nel rafforzare le istituzioni con una coraggiosa riforma della seconda parte della Costituzione e con l'apporto di tutte le forze politiche presenti in Parlamento.

Dobbiamo, insieme, avere la forza di elaborare un nuovo modello di convivenza civile, fondato su un più maturo consenso sociale. Ma questo è il frutto di una politica alta, attenta al bene generale; non è un problema meramente tecnico o di sola ingegneria costituzionale.

Ogni sforzo di riforma istituzionale e di rafforzamento degli argini della democrazia è destinato a fallire, se non muove dal primato della politica e se la politica non recupera la propria anima, cioè l'ispirazione culturale e morale.

La Bicamerale-tris

La Bicamerale-tris è decollata. Le dobbiamo chiedere coraggio e saggezza e un approdo che rappresenti un di più di governabilità e democrazia. Il patriottismo costituzionale che ha caratterizzato le più solide democrazie, non esclude profonde riforme costituzionali, ma punta a società governate, non dirette dall'alto.

Per questo mi sembra fuorviante dire a priori quali siano le posizioni innovatrici e quali quelle conservatrici.

Molti parlano di semipresidenzialismo alla francese. Ma la più recente esperienza di questo Paese segnala la necessità di un forte rafforzamento del ruolo del Parlamento.

Per governare una società divisa dai corporativismi, anche l'Eliseo ha bisogno di un Parlamento più rappresentativo, in grado di fungere da ammortizzatore sociale sulle questioni del welfare e del lavoro.

Molti insistono a spingere sul maggioritario. Ma sia Westminster che l'Assemblea Nazionale soffrono perché che le voci che meglio esprimono la società civile, le sue contraddizioni e i suoi conflitti, restano spesso fuori dall'aula parlamentare.

Tutti auspichiamo la governabilità. Ma questa non dipende solo dal sistema costituzionale, dipende anche dal sistema dei partiti, dalla capacità di dialogare con l'elettorato e dal loro concreto modo di essere nelle istituzioni. Come pure dalla sua frammentazione. In una democrazia moderna, a mio parere, il numero dei partiti è bene che non superi i cinque.

Altri fanno sacrifici sull'altare della stabilità e dell'efficienza. Certo, la stabilità del governo è un valore da perseguire, ma da sola non basta. I governi stabili non sono, motu proprio, governi efficienti e la longevità dei governi va perseguita , ma non ad ogni costo.

La giustizia velata

Ho ricordato poc'anzi come più di un magistrato abbia ceduto alla tentazione della giustizia-spettacolo. Era inevitabile che, superato il momento dell'esaltazione collettiva e del consenso popolare, si verificasse un effetto boomerang sugli stessi.

Ed ora non è escluso il rischio che qualcuno strumentalizzi questa reazione per bloccare o magari cancellare l'azione preziosa e meritoria di "Mani pulite".

Sotto il manto del rafforzamento delle garanzie, taluni parlamentari hanno, infatti, avanzato una serie di proposte che mi appaiono errate nel metodo e nel merito.

Ad esempio, l'abolizione del 416 bis, l'associazione di stampo mafioso, rappresenterebbe un pericoloso balzo all'indietro, perché, riducendo i reati di mafia a singoli crimini, sarebbe come dire che la mafia non esiste.

Come pure non possono essere mortificati i Pm chiedendo ad una maggioranza del Parlamento una sorta di disciplina annuale dell'azione penale.

L'obbligatorietà dell'azione penale non si deve toccare, anche se in qualche modo può essere modulata dalla legge.

In un sistema che si muove sempre più verso il maggioritario la magistratura deve, caso mai, avere più accentuato il proprio ruolo di indipendenza dagli altri poteri.

La giustizia, dunque, faccia il suo corso e i politici, senza "colpi di spugna", si impegnino ad elaborare leggi buone e giuste anche in questo campo.


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Viva l'Italia, Viva l'Europa

(Commemorazione del 25 Aprile, Grosseto, 25.05.1997)

Cinquantadue anni sono trascorsi dalla Liberazione del 1945.

Storicamente, lo sappiamo, il 25 aprile ha segnato la fine della lotta di Liberazione ed il cammino verso la democrazia.

Prima tappa di questo cammino fu la Costituzione, che fondò il nuovo stato democratico sui valori ai quali si era ispirata la Resistenza.

La data del 25 aprile e gli ideali che alimentarono quel grande moto di ribellione e di lotta contro il nazi-fascismo sono ancora vivi nella popolazione anziana e in larghi strati della generazione - come la mia - figlia dei dopoguerra.

Ma le nuove generazioni sono a conoscenza di cosa accadde ?

Qualcuno ha narrato loro cosa fossero il Fascismo ed il Nazismo, i presupposti ideologici e gli slogan che li sostenevano ?

Chi ha spiegato loro gli spaventosi esiti di quell'immane eccidio: 50 milioni di persone sterminate, tra cui 6 milioni di ebrei, l' Europa ridotta ad un grande campo di concentramento dove le persone venivano distrutte ed arse nell'infernale rogo dei forni crematori !

Quanti giovani sono a conoscenza del generoso contributo che la Maremma grossetana ha dato alla lotta contro il nazifascismo ?

Vi fecero parte oltre 3000 persone fra partigiani, combattenti e patrioti.

Molte vite sono state sacrificate anche in questo nostro territorio per riscattare la dignità umana del popolo italiano (155 i partigiani caduti in combattimento e 163 i cittadini uccisi per rappresaglia)

Mi preme ricordare fra le vittime il sacrificio di una donna, Norma Pratelli Parenti di Massa Marittima, medaglia d'oro al valore militare, ma non vanno dimenticati neppure i feroci eccidi come quello di Maiano Navacchio dove persero la vita undici giovani, o quello di Niccioleta che vide massacrati 83 minatori (sulla cui vicenda abbiamo appena concluso di girare un film).

Quegli episodi drammatici, mescolati alle passioni umane, fecero insorgere attivamente, anche nella nostra provincia, uomini e donne di varia provenienza ed estrazione sociale con un forte contributo dal mondo dei lavoro, uniti dalla speranza di libertà, di giustizia, di pace.

Il 25 Aprile in Provincia

Il 25 Aprile 1945 è la data che si sta celebrando come Liberazione dell'Italia, ma la liberazione della nostra provincia avvenne con un po' di anticipo.

Ai primi di giugno dei 1944 la sconfitta nazifascista appariva imminente e le forze alleate risalivano la penisola incalzando le truppe tedesche. Anche sul nostro territorio i partigiani, organizzati in varie formazioni, anticipando l'arrivo degli alleati, già I'11 giugno avevano liberato Pitigliano affrontando il nemico in una battaglia nella quale riuscirono addirittura a strappare ai nazisti dei cannoni.

Pietro Casciani nell'occasione si guadagnò la medaglia d'argento al valore militare.

Il 12 giugno è la volta della Liberazione di Manciano (e fu proprio lì che si svolsero il 25 febbraio dei 1945 le elezioni del primo sindaco dell'Italia liberata).

In quei giorni intanto a Grosseto si organizzarono gli uomini disponibili per dare battaglia (con l'ordine di non attaccare per primi).

Nella mattina dei 15 giugno un numeroso gruppo di tedeschi (staccati dal grosso delle forze in ritirata), entrarono nella città di Grosseto e proprio nella zona di Portavecchia fu inevitabile lo scontro. Sei partigiani grossetani persero la vita nella battaglia. Il giorno seguente gli alleati entrarono nella città già liberata.

Nei giorni 21 - 23 giugno avviene la liberazione di Roccastrada fra distruzioni e diversi morti.

Il 24 giugno, con la liberazione di Massa Marittima si può considerare liberata I' intera provincia anche se continueranno azioni di disturbo di sporadici nuclei nazifascisti fino verso il 20 luglio dei Ó44.

Pensando alla liberazione della nostra terra non possiamo neppure dimenticare i combattenti di altri Paesi che lottarono per la nostra libertà- americani, austriaci, francesi, indiani, inglesi, russi, tutti militarono nelle nostre bande partigiane.

E come in questo novero dimenticare il coraggioso comandante della formazione di Montecucco Lorenz Rodrik, che qui operò e cadde in combattimento.

Memorial day

Per tutto questo e per il grato rispetto che dobbiamo a coloro che lottarono contro il totalitarismo per riconsegnarci alla libertà e alla democrazia quello di oggi, oltre ad essere un giorno di Festa per la Liberazione, deve essere anche un Memorial day: un giorno destinato a pensare, a mettere in relazione passato, presente e futuro.

Mi piacerebbe, anzi, che fosse un giorno capace di ridarci la forza di raccontare quella storia, nelle case, nelle scuole, sui muri, perché il popolo che non conosce la propria storia è condannato a riviverla.

Certamente, è ormai tempo di una compiuta pacificazione tra quelli che la guerra lacerò.

Senza con questo concetto voler far passare la pari dignità delle ragioni in nome dei quali i due opposti schieramenti furono in campo.

Anche la stessa violenza, dalla quale è bene star sempre lontani, non era ugualmente perpetrata da una parte e dalla altra.

La violenza fascista era un valore all'interno dei codice genetico di quel sistema oppressivo, mentre per le donne e gli uomini della Resistenza era una triste necessità da usare solo ai fini della riconquista di un mondo libero da cui essa fosse eliminata.

Certo non vogliamo arroccarci a rigida difesa di una certa interpretazione della Resistenza, ma la verità storica non può essere calpestata.

E l'offensiva di un certo revisionismo iniziata diversi anni or sono in sede storiografica poi trasbordata nelle pagine dei rotocalchi e delle televisioni - si presenta con caratteri sempre più preoccupanti specie perché si è saldato con quel terremoto di imprevista potenza che: ha sconvolto il sistema politico della cosiddetta prima Repubblica; ha trasformato o fatto scomparire i partiti che della Resistenza erano stati i protagonisti; ha scatenato l'attacco alla Costituzione nata anch'essa dalla Resistenza.

Ma se i morti di allora ci potessero parlare cosa ci direbbero?

Quali valori ci griderebbero di non perdere mai vista o di recuperare?

Innanzi tutto penso la pace.

Quella pace che allora segnò la fine di una guerra iniqua. Pace che è assenza di guerra, ma non solo.

Pace che va scelta giorno dopo giorno e difesa con coraggio, perché è la condizione della vita stessa.

Pace che è pace sociale, perché non può esservi condizione pacifica dove non sono garantite condizioni di vita conformi alla dignità umana e dove prevalgono disuguaglianza e privilegi.

Poi l'antirazzismo.

Le leggi razziali dei 1938 e le loro tragiche conseguenze sono da annoverare tra le pagine inumane della nostra storia.

Ieri la Resistenza si oppose alle discriminazioni razziali, in nome dei diritto di ciascuno ad essere riconosciuto come persona, indipendentemente dal luogo di provenienza e dal gruppo etnico di appartenenza.

Oggi dinanzi a nuovi razzismi risorgenti è essenziale saper pensare al plurale e, nel rispetto dell'identità, accogliere le diversità.

Penso, infine, che ci richiamerebbero allo spirito di sacrificio.

Allora la Liberazione fu la conquista di giovani che non esitarono a difendere i diritti di tutti, anche al caro prezzo della vita.

Oggi è richiesto l'impegno di tutti, per il bene della società, per dare piena attuazione alla Costituzione nata dalla Resistenza a cominciare dal diritto al lavoro.

E' richiesto di vigilare assiduamente nei confronti dei totalitarismi palesi ed occulti, a cui non piacciono le persone pensanti.

Cari cittadini, pensare al 25 aprile vuol dire lasciarsi ancora dissetare alla grande sorgente dei valori della giustizia, della libertà, della democrazia.

Non perdiamoli mai di vista.

Il mio augurio è che, con le parole e con le azioni possiamo sempre gridare: "mai più la guerra", "mai più i totalitarismi", "mai più il fascismo".

"Viva l'Italia", e "viva l'Europa", l'altra grande Patria in costruzione.


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La grande opportunità dell'Europa

(Intervento al Comitato Provinciale dell'Euro, Grosseto, 10. 12. 1997)

Non c'è Euro senza Europa

Quando il Presidente del Consiglio Romano Prodi giurò che avrebbe rispettato il parametro del 3 per cento - e quindi portato l'Italia dentro il sistema della moneta unica sin dall'inizio - e che "in caso contrario" si sarebbe "dimesso" perché avrebbe fallito l'obiettivo fondamentale del suo governo, sul viso di molti si notò una smorfia.

Sia perché taluni lo consideravano un obiettivo ad alto rischio, sia perché altri temevano la fine di quelle rendite di posizione che avevano fatto la fortuna di pochi e organizzato il consenso di molti.

Ma è veramente importante andare in Europa?

Certo che lo è.

L'Unione Europea a cui penso non è certo quella solo tecnocratica, finanziaria e monetaria, ma quella sostanziata anche dagli indispensabili contrappesi politici, culturali e sociali.

Premesso ciò mi meraviglio che la domanda venga posta. La risposta è già contenuta nella domanda.

Siamo in Europa da sempre e l'Europa si appresta a vivere una svolta veramente storica: tutti i paesi si riuniranno e cercheranno di far funzionare le proprie economie usando una sola moneta.

Potremmo restare fuori da un simile processo? Specie quando sappiamo che la creazione della moneta unica innescherà un processo che porterà progressivamente i paesi della Comunità a darsi strutture economiche simili e coerenti?

Eppure abbiamo visto, di mese in mese, nascere in Italia il fronte degli euroscettici spalleggiati dall'Italia che non ha più nulla da dire: quella dei servizi inefficienti, di sistemi antidiluviani, di aziende pubbliche che temono la competizione diretta con le moderne realtà del continente.

L'Europa, la grande opportunità

Invece l'Europa è la grande opportunità che abbiamo dinanzi.

L'Europa è la vera possibilità di farci diventare un paese normale. E tra le tante ragioni, ne cito due.

La prima ragione: proseguire sulla via del risanamento

L'Italia sta per essere risanata sul piano finanziario. Ma non tutti coloro che hanno responsabilità hanno interiorizzato le poche cose fondamentali, e cioè che l'inflazione è il Male, che il disavanzo pubblico è il Male, che il rigore è imprescindibile.

Negli anni Ottanta abbiamo combinato una confusione che ci porteremo dietro per almeno altri 20 anni. Prodi e Ciampi (e già prima di loro Amato, lo stesso Ciampi e Dini) ci hanno fatto intraprendere la via stretta del risanamento, che forse non li rende popolari ma per il quale dovremo fargli un monumento.

Entrare nella moneta unica è quindi la cosa migliore che possiamo fare per avere anche altre autorità, estranee al gioco della piccola politica italiana, capaci di mantenerci in regola con le norme della buona finanza e della buona amministrazione pubblica.

La seconda ragione: la nascita dell'imprenditore virtuoso.

In Italia l'imprenditoria ha svolto un ruolo di primo piano. Ma il nostro è anche stato uno dei pochi paesi al mondo che ha sviluppato uno strano tipo di imprenditore.

Un imprenditore non virtuoso perché sapeva che tanto prima o poi la lira sarebbe stata svalutata e lui sarebbe tornato ad essere competitivo. Ciò ha impedito all'industria italiana di crescere in modo adeguato e l'ha indotta a collocarsi, in gran parte, nella zona dei prodotti di fascia bassa, dove quello che conta è soprattutto il prezzo e non tanto la qualità o il contenuto tecnologico.

Non v'è dubbio che questo tipo di imprenditore vada superato e il modo più indolore ed elegante di farlo è quello di entrare di corsa nel sistema della moneta unica europea.

Dopo la lira non potrà più essere svalutata perché non esisterà più. Ci sarà l'Euro da Francoforte a Catania.

E finalmente spunterà l'imprenditore moderno, tutto teso verso la competitività della sua azienda e dei suoi prodotti, ad essere migliore dei suoi concorrenti, e a non fare la fila davanti alla porta dei ministri per ottenere la svalutazione della lira.

I vantaggi del grande mercato

Accenno per ultimo al punto che di solito si cita per primo: i vantaggi di lavorare in un grande mercato.

Un grande mercato che funzionerà con una sola moneta e nel quale tutto verrà unificato e reso liberamente circolante. Persone, capitali, tecnologie, strutture bancarie e finanziarie, azioni e via dicendo.

Da quel momento in poi ogni azienda italiana saprà di avere davanti a sé non il piccolo mercato italiano, ma il grandissimo mercato europeo.

I vantaggi che possono derivare all'Italia sono difficilmente calcolabili, ma sicuramente immensi. Ci saranno regole per la concorrenza e la trasparenza che da anni cerchiamo di darci senza mai riuscirci. Ci saranno politici di livello e imprenditori di qualità. Sarà una bella scuola.

Le piacevoli sorprese

Ma la prospettiva europea è già stata per noi di grande utilità.

E se continueremo a comportarci bene nei prossimi anni potremo forse avere delle piacevoli sorprese.

Questo è, perlomeno, quello che sostiene l'affermato Centro Italiano di Ricerche Economiche Prometeia.

Secondo queste ottimistiche previsioni:

  • dopo un 1997 ancora di transizione ci si muove verso un 1998 di transizione alta (con una crescita del 2,3%) per poi giungere, nel quadriennio 1999 - 2002, ad una crescita economica italiana stabilmente attestata intorno al 3%;
  • le aziende torneranno ad assumere. Nel periodo 1998 - 2002 il sistema creerà 150 mila posti di lavoro l'anno, invertendo la tendenza che ce ne ha visti perdere altrettanti dal 1993;
  • il disavanzo pubblico, che nel 1995 era al 7%, entro il '98 sarà al 3% e poi si stabilizzerà lungo la linea del 2,4% (e pensare che a metà degli anni '80 sfiorava il 15% del PIL);
  • l'inflazione, ormai scesa ai minimi storici, nei prossimi anni si muoverà attorno al 2,5%.

Sempre secondo le previsioni della citata fonte, in questa Italia finanziariamente risanata, lo Stato inizierà a diminuire la pressione fiscale, lasciando consistenti somme nelle tasche dei cittadini.

Ecco perché, nonostante gli innumerevoli problemi che abbiamo di fronte - alcuni tutti italiani, altri legati ad un certo modo burocratico di interpretare l'Unione da parte degli attuali responsabili europei - ritengo che il nostro futuro comunitario non possa essere costellato di miseria e disgregazione.

Anzi, siamo probabilmente alle soglie di un'importante crescita.


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Dal "welfare State" alla "welfare Society"

attraverso il principio di sussidiarietà

(Introduzione al Bilancio, 21 febbraio 1996)

Anche gli Enti Locali possono dare il proprio contributo con scelte che si muovono nella direzione del sociale, della cultura, della tutela e della valorizzazione dell'ambiente. Le risorse ambientali, culturali e la diffusa sensibilità per l'attenzione alle persone, caratteristiche della nostra provincia, possono rappresentare, più di altri settori, un'opportunità occupazionale, fornirci quell'identità socio-economica da tempo agognata e contribuire alla nascita della società del benessere, senza della quale non si dà democrazia.

Si legano in questa prospettiva elementi quali la crescita di attività produttive omogenee alle caratteristiche ambientali, lo sviluppo turistico basato sulla diffusione nel territorio e nel tempo, la valorizzazione delle risorse territoriali, il potenziamento dei prodotti tipici e di qualità, la verticalizzazione agroalimentare, fino alla storia del lavoro e della società locale.

In questo ambito, non è illusorio ipotizzare un ruolo ed una prospettiva per la realtà provinciale. Ho ricordato le nostre emergenze economiche ed occupazionali, sulle quali è forte il nostro impegno. Ma l'attività sulle emergenze è fortemente intrecciata e a volte si risolve nella costruzione di una nuova economia. Essa ha uno dei suoi punti centrali nella possibilità del territorio provinciale di porsi come candidato credibile per nuovi consensi, come quelli derivanti dai nuovi bisogni di tempo libero e tempo di riposo qualificato e gratificante, di qualità del cibo e dei prodotti in generale, di sapere, cultura, natura.

Ma queste nuove possibilità occupazionali si intrecciano con quello che fino a qualche anno fa veniva chiamato welfare state. A questo proposito mi si consenta di dire che un nuovo Stato sociale non può essere governato solo da un centro pensato come vertice della società né può essere forgiato dalla mano invisibile del mercato. Il binomio Stato-mercato, che ha costituito la colonna portante di tutta la società moderna e su cui si sono retti i sistemi di stato sociale nel secondo dopoguerra, non è più sufficiente né adatto.

E' necessario favorire l'intervento di un terzo polo, il cosiddetto terzo settore o privato-sociale, costituito da libere associazioni, volontariato, cooperazioni di solidarietà sociale, fondazioni e organizzazioni varie no-profit.

Questo terzo polo può oggi presentarsi come il più dinamico, attivo e capace di assorbire l'insufficienza di regolazione che c'è nel mercato, così come l'alienazione di una società burocratizzata per via statuale, nella prospettiva di una democrazia più piena e nello spirito della Costituzione repubblicana.

L'area già esistente di organizzazioni no-profit, se aiutata ad emergere, può migliorare e qualificare in modo nuovo la vita sociale. Essa deve essere messa in grado di agire come soggetto sociale libero e responsabile.

E', insomma, necessario pensare a Stato, mercato e "terzo settore" come poli aventi tutti grande dignità e in relazione tra loro.

Risiede nel mix di intervento pubblico e di iniziativa sociale la risposta alla crisi dello Stato sociale, tenendo comunque fermo il principio, sanzionato anche costituzionalmente, che compete al sistema politico-istituzionale la responsabilità e la funzione di garanzia del soddisfacimento dei diritti sociali di cittadinanza, qualunque sia la forma o la modalità di gestione dei servizi e di erogazione delle prestazioni. E' però il nuovo protagonismo della società civile che caratterizza la nuova situazione. Ecco perché è ormai più corretto parlare di società del benessere, della quale tutti facciamo parte, Stato, mercato, terzo settore e corpi intermedi in genere.


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Il muro della Pace

(Intervento, Consigli congiunti Provinciale e del Comune capoluogo, Grosseto, 19.07.1995)

Non ho mai vissuto la guerra direttamente, fortunatamente, come molti di coloro che sono qui. Vi vorrei chiedere, dunque, di smuovere la fantasia e di capire cosa significa essere cacciati in una sera d'estate del 1995 dalle proprie case bruciate con gli uomini portati a destinazione sconosciuta e trovarsi in migliaia su un prato, sotto delle leggere tende bianche e blu.

I fatti accadono a poche centinaia di chilometri di distanza, oltre il mare esplodono granate, cresce il filo spinato dei lager, fuggono e muoiono bambine, uomini e donne, città, paesi, case di campagna vengono trafitte, bruciate.

Una reazione su tutte è quella di cancellare, di far andare queste vicende di guerra a far parte della realtà virtuale che ogni giorno, in parte viviamo. Allora, solo così, Srebrenica e Sarajevo possono tornare lontane in uno spazio ed in un tempo illusorio, raccontato da un televisore, senza interferire con la "normalità del quotidiano".

Dieci anni fa sono andato a visitare, in silenzio e lacrime, il campo di concentramento di Dachau in Baviera. Mi si disse che all'arrivo degli Alleati le popolazioni dei paesi limitrofi si erano dette ignare dell'Olocausto che a pochi chilometri si consumava. Ne rimasi sconcertato.

Noi oggi, che non possiamo far finta di non sapere, rischiamo l'assuefazione al male, la fuga nell'immaginario, l'annullamento dell'orrore con l'abitudine.

Con un moto di sana reazione questa sera siamo invece in piazza per esprimere il tormento delle nostre coscienze, riacquistare la dignità dell'indignazione, dichiarare pubblicamente la normalità di provare orrore per ciò che accade in Bosnia (ma anche in Afghanistan, nel Kashmir, in parte della Cina e in altre zone del mondo dove non vi sono tante telecamere in azione).

Il silenzio e l'impotenza dei singoli ha fatto da sfondo al nazismo ed ha accompagnato l'instaurazione dei regimi dittatoriali. Il silenzio della maggioranza, il chiudere gli occhi per non vedere la realtà circostante ha alimentato la forza di una minoranza agguerrita, motivata ideologicamente.

Ma attenzione sarebbe errato ritenere solo una parte violenta e le altre solo vittime. Purtroppo quella Bosniaca è una situazione orribile dove oggi spadroneggiano i signori della guerra.

E purtroppo quella Balcanica - nonostante le attuali atrocità serbe - ha più i tratti di una guerra civile ( se mai una guerra in tal modo si possa chiamare) che quelli di una guerra di pura aggressione e ciò rende tutto più complicato: anche un eventuale intervento militare. Anzi parlare in tale contesto di soluzione militare è assurdo. Come ha detto qualche autorevole commentatore, se davvero volessimo imporre scelte con la forza, dovremmo rassegnarci ad occupare la Bosnia per decine di anni e affrontare un altissimo prezzo in vite umane.

Ma ciò che sta accadendo in Bosnia esige l'impegno di ciascuno di noi.

Chi può parlare parli, chi può gridare gridi, chi può pregare preghi, chi può operare operi.

E uniamoci per spingere i singoli governi, l'ONU, la NATO a mettere in campo tutte le loro forze per fermare questa strage di innocenti, per permettere alla gente di Sarajevo, delle enclaves mussulmane assediate, di poter ricevere gli aiuti sufficienti per sopravvivere. Almeno questo: aiutarli a sopravvivere.

E' l'unico intervento a cui riesco a pensare. Non posso immaginare il sangue dei nostri figli bagnare i Balcani. Il muro che dobbiamo far crescere è quello dei medicinali, degli alimenti, il muro della rabbia, del controllo rigoroso degli armamenti, il muro della pace.


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Un progetto per la Vita

(Intervento Conferenza Stampa, Grosseto, 20 Gennaio 1996)

Il quotidiano e lo straordinario spesso rischiano di schiacciare la nostra azione solo e soltanto entro i nostri ristretti confini. Ma oltre noi c'è il mondo. Il mondo ci riguarda, come cittadini e come istituzioni. Il mondo ci interessa come cittadini e come istituzioni.

Ma il mondo non è in pace perché non si muove sulla linea dell'autentico sviluppo e in larga parte non si sviluppa perché non è in pace.

Lo statuto del nostro Ente - oltre alle tipiche attività - dichiara che "la Provincia promuove e sostiene ogni iniziativa ed azione che tenda ad un concreto conseguimento dei valori fondamentali della pace, della solidarietà, della democrazia e della libertà, sui quali sui basa il rispetto della persona umana". (art. 1 comma 1).

Fedeli a questo spirito nella seduta congiunta dei Consigli Comunale e Provinciale del 19.07.95 ci siamo impegnati a promuovere e a partecipare ad iniziative per ogni forma di solidarietà ed aiuti umanitari in favore della popolazione della Ex Jugoslavia.

In tal senso la Provincia interviene in un progetto per la vita di un popolo, per la pace e per la cultura.

Mostar è una città divisa. Fino alla tarda primavera del 94 musulmani e croati si combattevano porta a porta. La frattura rappresentata fisicamente dalla distruzione del ponte è il segno tangibile di una separazione culturale profonda.

La pace e l'unità, la solidarietà tra popoli di etnie diverse, ulteriormente divisi dalla guerra, dai ricordi di violenza, può essere percorsa attraverso un processo di recupero di una cultura della convivenza che parta dai giovani.

A Mostar est sono poche le strutture scolastiche operanti, quasi tutte di livello inferiore. La ricostruzione della società civile è nel recupero, nello scambio e nella crescita culturale dei giovani.

Una giovane insegnante, Jelka Kebo, si è battuta per l'apertura di un grande Centro Giovanile polivalente a Mostar Est ospitato in una struttura ultimata grazie ad un finanziamento UE.

L'Arci ha costruito intorno alla volontà dell'insegnante e dei giovani, che già si incontrano nel centro, un progetto che non renda questo stabile una scatola vuota. Le esigenze espresse dai giovani del Centro vanno dall'allestimento di una stazione radio, di una redazione giornalistica di base, di una sala proiezione.

La Provincia di Grosseto ha deciso di entrare nel progetto intervenendo in una prima fase con 15 milioni che però offrano da subito strumenti operativi "adottando" la realizzazione di una piccola sala video.

Si tratta di acquistare poltroncine, un videoproiettore, uno schermo mobile e della tende oscuranti. Un piccolo passo possibile e concreto. Non l'ultimo passo del nostro Ente nella Ex Jugoslavia. L'inizio di un percorso di relazioni che porteranno ben presto una delegazione della Provincia di Grosseto a Mostar Est per verificare direttamente ciò che serve, ma anche e soprattutto per aprire relazioni, scambi che sostengano il difficile processo di democraticizzazione del paese.


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Quel silenzio che urla

(Saluto al Convegno "Uscire dal silenzio", Grosseto, 4. 3. 1996)

L'Amministrazione Provinciale di Grosseto si è impegnata sin dal 1987 a sostenere una politica delle "Pari Opportunità". In quell'anno, infatti, fu decisa la costituzione sia di un "Centro per le Pari Opportunità" sia di una Consulta apposita, che fungesse da supporto alle scelte della nostra amministrazione.

Tra non poche difficoltà si è riusciti a dar vita, grazie anche ad un intervento comunitario, ad un "Osservatorio del Lavoro Femminile" e ad un "Centro Documentazione Donna".

Il convegno di oggi è un'ulteriore tappa del cammino di un'Amministrazione che, mentre cerca di creare le condizioni perché coloro che hanno capacità d'intrapresa possano affermarsi, è parimenti attenta a chi, per mille circostanze, si trova in condizioni di debolezza, di difficoltà, di paura: insomma, nella condizione di Abele.

Emblematico è anche il titolo dell'odierno convegno: "Uscire dal silenzio". Mi fa tornare in mente, per analogia, un monumento eretto dopo uno dei primi viaggi dell'attuale Pontefice in terra di Polonia, quando ancora anche ad una personalità come la Sua non era consentito intervenire su talune questioni. Su quel monumento fu scritto: "Qui il silenzio ha urlato".

Quanti "silenzi" urlano e noi, forse, non siamo in grado di sentire, di decodificare, di condividere.

Dove sentirli, decodificarli, condividerli? Certamente vi sono non pochi luoghi ove può essere svolta questa opera di decodificazione: ma forse il terreno più prezioso è ancora una volta quello della scuola.

E' infatti sin dalla più tenera età che si gettano i semi della tolleranza, del rispetto di sé e del prossimo, della costruzione di una individualità piena.

E' la scuola, insieme alla famiglia, che è chiamata a sostenere la crescita armoniosa delle giovani e dei giovani.

Purtroppo le cronache quotidiane ci sbattono addosso episodi di violenza a danno dei soggetti più deboli della nostra società: immigrati, minori, handicappati, donne.

Si impone, pertanto, un impegno forte per arginare questo fenomeno; impegno che si può dispiegare appieno solo attraverso il coinvolgimento attivo di tutti quei soggetti istituzionali e no, che si oppongono al dilagare di questa piaga.

Si impone un po' quello che vado sostenendo anche per intervenire utilmente in altri ambiti: il superamento delle separatezze e la creazione di un circuito virtuoso tra tutti coloro che possono fattivamente contribuire alla risoluzione di un problema.

La disponibilità delle nostre strutture - che pubblicamente voglio ringraziare - a sostenere il lavoro degli insegnanti è senza riserve, come pure quello dell'intera Amministrazione Provinciale ad avere rapporti fattivi e continuativi con il mondo della scuola, anche sul fronte delle "pari opportunità".


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Di questi Anziani abbiamo bisogno

(Saluto al Convegno "Anziché anziani. Idee, progetti, modalità di vita alla ricerca del benessere" organizzato dalla UISP Anziani, Grosseto, 16. 3. 1996)

Sono veramente lieto di portare il saluto dell'Amministrazione Provinciale di Grosseto alla prima tappa di una serie di tre convegni su "benessere e anziani" che, nella sua articolazione, sembra essere eccellentemente organizzato dalla UISP, Anziani in movimento.

Per definire l'anziano spesso si usano criteri semplicistici, desunti dalla produzione e dal lavoro, ritenuti neutrali, ma proprio per questo alienanti.

Lo si è classificato per quello che non dà o non è più: colui che non lavora, che sessualmente non genera, che non ha più responsabilità.

Criteri non esatti, sia perché molte persone che contano hanno superato la sessantina, sia soprattutto perché l'anzianità va considerata tappa della vita, espressione di originalità.

E' noto che la personalità di ciascuno acquista significato e consapevolezza dalla relazione sociale, cioè dal come è accolta e considerata dagli altri. Ora la perdita di ruolo, cioè di considerazione nel costruirsi della vita sociale, significa per una persona perdita di identità sociale e di conseguenza destrutturazione della propria vita per mancanza di scopo.

Il più delle volte il ruolo è dato alle persone dal lavoro svolto, ma questa mi sembra un'operazione pericolosamente riduzionista. La vita è un correre dinamico nel tempo ed ogni sua tappa racchiude in sé una ricchezza. In questa prospettiva gli anziani hanno un avvenire ed uno scopo.

Lo sforzo che, forse, dovremmo compiere a monte di tutti i progetti politici per e con gli anziani e nella loro attuazione, è quello di ricercare i tratti salienti del ruolo dell'anziano.

Il che non significa tanto quello che l'anziano può ancora fare alla pari degli altri, ma scoprire quello che gli è proprio, la ricchezza che ha di cui gli altri abbisognano.

Mi permetto, in questo breve saluto, di segnalarne alcuni.

Ruolo di saggio

Senza fare un excursus in campo filosofico, basti ricordare che per la psicologia la saggezza è la "piena integrazione intra ed interpersonale".

E' una esperienza di libertà interiore che consente alla persona di guardare al proprio vissuto con serenità, di assumerlo e di illuminarlo con il significato, che deriva da una visione globale e profonda della vita.

E' assunzione del sociale senza pregiudizi, dato il superamento dell'atteggiamento competitivo, è l'affermarsi di quell'atteggiamento che vede la realtà sociale più complementare che dialettica.

Libero da blocchi emotivi l'anziano sano può essere questo uomo maturo, che ha superato il semplice equilibrio del piacere e della ricerca dell'utile, che si è liberato dai condizionamenti della realtà e che quindi è libero di vivere, giudicare e socializzare secondo le motivazioni valoriali.

Ruolo di codificazione culturale

Le persone anziane in una società sono la memoria storica. Esse sono l'espressione della codificazione culturale, cioè ci offrono dei modelli del come vestirci, nutrirci, pensare, parlare, ridere, piangere, giocare, comunicare con l'universo. Questi modelli non sono che in minima parte frutto di mode passeggere. Essi rappresentano un modo coerente di vivere secondo determinati valori che sono alla base di un popolo. Prescindere da questi modelli significa creare tutto dal niente, non avere chi li interpreta alla luce della globalità della vita; vivere in un mondo vuoto riempito di volta in volta ideologicamente.

La presenza delle persone anziane è perciò essenziale nella codificazione culturale, che ogni generazione fa, in quanto offre la possibilità di far risaltare la continuità dei significati nel variare delle forme di vita.

Allora l'anziano è molto di più di una memoria storica, essendo portatore di civiltà. Per questo in alcune zone dell'Africa, la morte di un anziano è considerata come la perdita di una biblioteca.

Recupero del senso ecologico

Siamo ormai al tramonto dell'epoca moderna, caratterizzata dalla fiducia indiscussa nel progresso scientifico e tecnico, come portatore di benessere e di umanità.

Il problema del futuro non sarà quello di sviluppare ulteriormente il potere dell'uomo sulla natura, cosa che continuerà da sé, ma di sviluppare la sua capacità di gestire il potere, attraverso una riconciliazione con la natura.

Nessuno più degli anziani, che hanno vissuto nella loro pelle le contraddizioni di un mondo artificiale e le lacerazioni due guerre, sarà capace di indicare le linee di un recupero della natura, senza assurde forme regressive nei confronti del progresso ottenuto.

Testimoni della trascendenza

L'anzianità è forse la condizione migliore per cogliere la vita nella sua unità, nella sua globalità, nel suo significato.

L'uomo supera se stesso. Gli antichi vedevano nell'uomo la possibilità di una certa trascendenza nei figli o nella continuità perenne dell'arte.

Le grandi religioni invece indicano per l'uomo una reale possibilità di sopravvivenza, alla luce della quale acquistano significato il dolore, il sacrificio, la morte, lo scacco.

L'anziano è colui che più degli altri, spesso in modo drammatico, vive l'attesa della conclusione della vita come esperienza esistenziale e per questo è in grado di aggiungere alla sua esperienza il significato di questa ulteriore tappa, e a questa luce illuminare tutto il vissuto. Diventa così un esperto in umanità e un testimone della trascendenza.

Le poche linee tracciate possono sembrare un quadro utopico e non realtà da vivere per l'anziano. Eppure non pochi anziani, quotidianamente e semplicemente esercitano di fatto questi ruoli. Ma noi ce ne accorgiamo solo dopo la loro scomparsa.

In altri casi si notano anziani che non sono in grado di assumere questi ruoli, perché si aggrappano ai ruoli delle altre età.

Diventare anziani significa accettare i propri limiti, acquistare una profonda libertà interiore, riscoprire la vita familiare e coniugale in modo nuovo, distaccarsi da tante cose per ammirare la bellezza, trovare nel dono di sé la pienezza della propria realizzazione.

Esercitare il ruolo dell'anziano è indubbiamente fatica; come è fatica per le Istituzioni Pubbliche, private e per le Associazioni, intraprendere strade che aiutino gli anziani a muoversi in questa direzione.

Ma... di questi anziani abbiamo un grande bisogno.


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Volontari: cittadini solidali

(Introduzione al Seminario sul Volontariato, Grosseto 8. 11. 1997)

Sono veramente lieto di poter introdurre i lavori di questo importante seminario.

Lo faccio prendendo a prestito una definizione di "volontario" tratta da un dizionario (Nuovo Dizionario di Sociologia, a cura di A. Ellena, Roma, 1987):

"Volontario è il cittadino che liberamente ispira la sua vita - nel pubblico e nel privato - a fini di solidarietà. Pertanto si pone a disinteressata disposizione della comunità, promuovendo una risposta creativa ai bisogni emergenti dal territorio con attenzione prioritaria per i poveri, gli emarginati, i senza potere. Egli impegna energie, capacità, tempo ed eventuali mezzi di cui dispone, in iniziative di condivisione realizzate preferibilmente attraverso l'azione di gruppo. Iniziative aperte a una leale collaborazione con le pubbliche istituzioni e le forze sociali; condotte con adeguata preparazione specifica; attuate con continuità di interventi, destinati sia a servizi immediati, che alla indispensabile rimozione delle cause di ingiustizia e di ogni oppressione della persona".

Conservate e sviluppate l'anima solidaristica

Se il volontariato mobilita nel nostro Paese 4 milioni di cittadini, impegnandoli nell'aiuto di 14 milioni di persone, di cui oltre 6 milioni poveri di pane e 8 milioni in difficoltà relazionali, allora è una realtà che non solo deve essere conosciuta ed apprezzata, ma se non vi fosse bisognerebbe inventarlo.

Perché in una società come l'attuale, segnata per larghi tratti dall'individualismo e dalla chiusura nel proprio benessere, il volontariato è l'espressione della solidarietà, senza la quale non c'è vera società, ma solo un insieme di individui che stanno insieme solo fisicamente e apparentemente, ma in realtà vivono gli uni lontani dagli altri, noncuranti dei bisogni e delle sofferenze del vicino.

Allora, nonostante tutti i cambiamenti che le nuove situazioni e il progresso culturale esigono, conservate e sviluppate l'anima solidaristica che costituisce la vostra più profonda identità.

Riappropriatevi della funzione politica che vi compete, senza essere funzionali a chicchessia

Il volontariato dal dopoguerra ad oggi ha subito una profonda evoluzione.

Nel primo periodo, sino al 1975, è intervenuto generosamente nel campo dell'assistenza e della sanità, ma senza mettere in questione il sistema delle politiche sociali esistenti: politiche che generano e rigenerano continuamente aree di ingiustizia, di sofferenza, di miseria. Ha operato con molto impegno, ma senza battersi per il mutamento delle strutture e delle scelte a favore di coloro che sono esclusi dal godimento dei risultati del progresso economico del Paese.

In tal modo ha espresso quello che la sociologia contemporanea chiama la "solidarietà corta".

Da alcuni anni a questa parte si è compiuto il salto di qualità che ha segnato la nuova fase del volontariato organizzato: rifiutato il ruolo di tappabuchi e di ambulanza della storia, ha iniziato ad integrare il suo servizio di assistenza e di aiuto ai disagiati con un ruolo anche politico.

Dalla solidarietà corta, che si limita a curare momentaneamente il disagio con un'attività "riparatoria", alla "solidarietà lunga", che mette in moto un'attività "liberatoria" e "propositiva", attraverso l'ascolto e la partecipazione delle persone, che in tal modo cessano di essere solo destinatari degli interventi per diventare attori della loro promozione civile.

Ciò ha rappresentato come un riappropriarsi di una funzione, quella politica, che troppo spesso si è teso a delegare solo ai professionisti, ma che invece è proprio anche della società civile.

La lotta per la rimozione delle strutture sociali ingiuste è un impegno che non può essere affidato in modo unico ed esclusivo ai partiti. "Anche la società civile ha da svolgere una sua funzione politica, facendosi carico dei problemi generali del paese, elaborando progetti per una migliore vita umana a favore di tutti, controllando la loro attuazione, denunciando disfunzioni e inerzie, esigendo con gli strumenti della democrazia, messi a disposizione dei cittadini, che la mensa non sia apparecchiata solo per chi ha potere, ma per tutti" (Educare alla legalità, nò 17).

Il mio augurio è che sappiate sempre meglio svolgere questo importante ruolo che vi compete, ma sempre senza perdere la vostra identità, e senza mai diventare funzionali o organici a chicchessia.

Operate insieme agli altri, anticipando, stimolando, umanizzando

Siate gelosi della vostra tipicità, ma operate insieme alle altre componenti del cosiddetto terzo settore e in fecondo rapporto con le istituzioni pubbliche.

E' pur vero che quando si parla di volontariato si parla di un fenomeno molto complesso. E' infatti una delle componenti del "terzo settore", insieme ad altre componenti quali l'associazionismo sociale, la cooperazione sociale, le associazioni di autotutela o autoaiuto, altre istituzioni no profit, che in senso proprio non sono volontariato.

Se volete essere efficaci, in senso più specificamente partecipativo, esaltando il ruolo politico che vi è proprio, dovete operare insieme con tutte le altre componenti del terzo settore e stabilire stretti rapporti anche con il sindacato.

Nel rapporto con le istituzioni pubbliche, rispettando le reciproche autonomie, collaborando con pari dignità, dovete proseguire ad esercitare compiti di:

• anticipazione nell'individuazione e cura delle nuove forme di disagio;

• stimolo ad adempiere le funzioni che alle istituzioni spettano;

• umanizzazione dei servizi sociali;

• dare voce a chi non ha voce, facendovi portavoce di bisogni che quelli che ne soffrono non sanno o non riescono a esprimere;

• progettualità, in risposta ai nuovi bisogni.

L'istituzione Provincia di Grosseto è disponibile a camminare insieme a voi.

L'augurio

Siate, allora, fedeli alla vostra più profonda identità, capaci di esercitare pienamente la vostra tipicità, disponibili ad operare all'interno di una logica collaborativa.

Equipaggiati di questa "bisaccia" diventate indispensabili; se non ci foste, bisognerebbe inventarvi.

E' l'augurio che faccio ai singoli volontari e a tutte le organizzazioni di volontariato, specie a quelle che operano in provincia.

E' un augurio che faccio pensando a due volontarie:

Dorothy Day, la volontaria americana della quale proprio oggi si ricordano i 100 anni dalla nascita;

Madre Teresa di Calcutta, volontaria per amore, che recentemente ci ha lasciati.

Che, non a caso, sono due "donne".


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Lo spettacolo aiuta

(Conferenza stampa, maggio 1997)

La libertà d'espressione è l'essenza della democrazia.

Una società pluralistica ha bisogno dell'incontro dialettico fra diverse forme espressive, affinché i cittadini abbiano la possibilità di mettere a confronto le idee e di sviluppare il loro spirito critico.

Il confronto di idee è particolarmente vivo nello spettacolo, inteso nelle sue molteplici manifestazioni. Chi considera lo spettacolo nel suo complesso, come la professione di pochi ed il passatempo di molti, coglie il segno soltanto in modesta misura.

Lo spettacolo è molto di più di un passatempo: è un insieme di forme espressive che incidono profondamente sul costume.

E' in quest'ottica che bisogna leggere l'intervento della Provincia sul fronte dello spettacolo, sia esso teatro, musica, cinema.

Il nostro intervento si sostanzia attraverso l'utilizzazione delle risorse attinte dal Bilancio provinciale e di quelle messe a disposizione da leggi regionali (la 11/80 e la 14/95). E si manifesta come sostanziale supporto ad iniziative che nascono da quei mondi vitali (associazioni, compagnie, gruppi, laboratori, accademie, ecc.) che trovano in prima istanza la sensibilità e l'appoggio dei Comuni e delle Comunità Montane.

Il teatro

Sostenere il teatro è un fatto di grande importanza, anche per i suoi profondi risvolti educativi.

Promuovere nelle nostre città, nei paesi, dentro le scuole occasioni che consentano di maturare una diversa espressività artistica e attitudini a vivere la comunicazione, non attraverso gli schemi della dipendenza passiva dalla cultura dei media, ma in termini di continuo accrescimento e di riappropriazione responsabile della parola e dell'immagine è un fatto di civiltà.

Come pure per la possibilità che il teatro ci offre di riappropriarci delle nostre radici culturali che sono anche popolari, folcloristiche e che ci riconsegnano uno spaccato della nostra identità perduta.

Con questa attenzione la nostra Amministrazione Provinciale ha sostenuto talune iniziative ed ha promosso il Circuito provinciale per il teatro amatoriale, in corso di svolgimento, coll'intento di valorizzare il lavoro delle compagnie esistenti ed operanti nella provincia.

La musica

La musica non solo eleva l'uomo, ma è necessaria all'uomo.

Le è necessaria anche per dare ali nuove alla società, rafforzando il senso della socialità e della comunicativa.

Per questo abbiamo sostenuto iniziative di indubbio livello, collaboriamo al programma di musica colta promosso dalla Regione Toscana e sosteniamo 50 spettacoli di musica corale e classica effettuati dalle associazioni musicali e dalle corali operanti sul territorio provinciale.

Il cinema

Il cinema è parte integrante della cultura contemporanea, oltre ad essere un grande mezzo di comunicazione di massa con precise responsabilità, specie, quando si fa veicolo di idee e principi.

Quest'anno - in sintonia con i Comuni interessati - sono state sostenute iniziative di indubbio valore artistico.


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L'ULIVO speranza della nuova Italia

(Intervento, Campagna elettorale politiche, Grosseto, Gorarella, 1996)

Riflettendo sulla presente campagna elettorale sensazioni contrastanti si fanno largo dentro di me: vi trovano spazio un sogno, un timore, una speranza, una sfida.

Il sogno: un'Italia normale

C'è un sogno che colora le mie notti: quello di un'Italia finalmente normale.

La normalità dipende da tanti elementi, ma per quel che riguarda le forze in campo, è un Italia nella quale un bel centro-sinistra e un bel centro-destra possano finalmente alternarsi al governo del Paese e delle cento città praticando la bella politica.

Il timore: ciò che può farsi destra

Ma ciò che vedo di giorno è ancora un'altra cosa.

E' vero, tutti siamo in cammino, in questa lunga fase di transizione tra l'Italia che era e quella che sarà; anche noi, il centro-sinistra, l'Ulivo, non siamo ancora quelli che dovremmo essere, ma la destra che vedo mi preoccupa grandemente, lontana come è dalle forze conservatrici che prevalgono altrove.

E mi preoccupa grandemente il fatto che la crisi sociale che stiamo attraversando possa trasformarsi in protesta di destra: c'è una pericolosa saldatura tra qualunquismo, confusione, rancore di certi ricchi, rabbia di certi poveri, che rischia di farsi destra (se già non si è fatta destra!).

In questi ultimi giorni di campagna elettorale dobbiamo essere in grado, più e meglio di quanto abbiamo fatto finora, di far comprendere che la destra che abbiamo dinanzi è estremamente pericolosa: e lo è per quello che dice, per quello che promette, per quello che programma.

Quello che dice è noto a tutti:

Mancuso: Scalfaro e Dini compagni di merenda.

Berlusconi: il Pool di Milano è come la Banda della Uno Bianca.

Maiolo-Taradash: il CSM è una Corte marziale, come quella dei colonnelli greci e degli ayatollah iraniani.

Questo disprezzo per le istituzioni e la costituzione, saldato con la spinta verso un presidenzialismo autoritario e la dichiarazione che, se il Polo vince, le riforme istituzionali le farà in splendida solitudine, è facile comprendere quale tunnel possa farci imboccare.

Quello che promette - tra diminuzioni di tasse per gli autonomi e abolizione della ritenuta alla fonte per i dipendenti, passando per un'azione sull'Irpef degna del miglior Robin Hood all'incontrario - ricorda tanto nello stile il Peron che sconvolse l'assetto economico dell'Argentina e condusse alla svalutazione della moneta per più di å del suo valore.

Quello che programma è poi da tutti leggibile: lo smantellamento dello Stato sociale, ammantato di lotta all'assistenzialismo e di possibilità per i cittadini e le famiglie di scegliere le migliori opportunità nella sanità, nella scuola, nella previdenza e via dicendo.

La speranza: l'Ulivo

La speranza è l'Ulivo che si candida al governo del paese radicando il proprio prestigio e la propria credibilità al fatto che già oggi le forze che lo compongono governano insieme paesi, città, province e regioni in ogni parte d'Italia. Milioni di italiani oggi possono giudicare sui fatti.

L'Ulivo non propone agli elettori una scommessa alla cieca o una prova di fiducia in bianco, ma una solida certezza su cui contare.

La certezza siamo noi, che governiamo aggregando valori e interessi, mediando verso sintesi utili al bene comune, contro la rabbia, la rottura territoriale, sociale, tra categorie.

Un Paese come il nostro ha bisogno di anni nei quali costruire in serenità. L'Ulivo è la speranza che l'Italia possa ritrovarsi e ritrovare le vie per ridare fiducia agli investitori e a chi produce.

La sfida: dal centralismo al federalismo istituzionale e organizzativo

Però noi per primi ci troviamo dinanzi ad una difficoltà che sperimentiamo quotidianamente. Mentre, infatti, il ruolo di governo si rivela risorsa più che mai indispensabile per la crescita delle società e il buon funzionamento delle istituzioni, ormai da tempo stiamo sperimentando quanto sia complessa l'azione del governare attraverso gli schemi tradizionali dell'organizzazione dello Stato.

La complessità attuale nell'azione di governo non è un fenomeno contingente, ma è il punto di convergenza delle trasformazioni che hanno modificato profondamente i rapporti tra l'organizzazione del potere statale e la società.

L'acutizzarsi della crisi dello Stato sociale ha reso ancora più manifeste e profonde le difficoltà di governo. Le insufficienze del Welfare State, sia nel funzionamento che in alcuni effetti prodotti, sottolineano, infatti, la fragilità e precarietà dei rapporti tra società e potere statale, costringendo individui e gruppi a confrontarsi con i limiti, piuttosto che con le potenzialità della politica.

E mentre alcuni gruppi sociali sembrano avvertire come insostenibile il peso di qualsiasi limite, altri gruppi percepiscono con acuta intensità il rischio di essere abbandonati all'incertezza.

Così la risorsa della politica e, quindi, la capacità di decisione si mostrano particolarmente scarse e inefficienti proprio quando esse sarebbero determinanti per evitare che il contrasto tra le diverse parti della società imbocchi la strada di conflitti irreparabili.

E' per impedire questa deriva che dobbiamo avere il coraggio di accettare e governare la sfida decisiva: realizzare il passaggio da un centralismo istituzionale, omai impossibilitato ad essere efficiente, verso un policentrismo istituzionale, realmente aggregante, che si fondi in modo autentico sui principi di sussidiarietà e di solidarietà.

Ma per riuscire in questa operazione è necessario diradare le nebbie.

Tutti parlano di riforme istituzionali e costituzionali, ma per farlo in modo adeguato bisogna seguire un preciso e rigoroso ordine logico, mentale e metodologico.

Prima si discute della forma dello Stato e poi di tutto il resto. Prima si delinea il modello organizzativo del Paese e poi le forme di governo e di Parlamento ad esso funzionali.

Invece in Italia si procede in modo approssimativo e confuso: prima si adotta una legge elettorale maggioritaria e poi ci si accorge che si dovevano predisporre garanzie per le minoranze. Ora si discute di presidenzialismo e di riforme del Parlamento e anche di federalismo, ma come di aspetto minore. O è malafede o superficialità propagandistica.

Il tema del federalismo viene presentato come un aspetto secondario, limitato agli ambiti amministrativi e fiscali. Ma, in realtà, è il tema decisivo; si tratta della forma dello Stato: istituzionale e organizzativa.

Ciò comporta numerose e complesse conseguenze su tutti i temi in discussione. Si pensi, ad esempio, alla scuola: può una riforma del sistema scolastico nazionale prescindere dalla forma dello Stato?

E che nuova scuola applicata potrebbe essere quella che prevede un ruolo attivo di imprese e sindacati, di autorità pubbliche regionali e locali e di insegnanti, studenti e famiglie!

La stessa agricoltura, la sanità, le politiche del territorio, le politiche di sviluppo non possono oramai che essere pensate ed attuate su base regionale, con un bilancio regionale, con risorse raccolte in parte sostanziale a livello regionale.

Per questo ritengo quella del "federalismo" la sfida decisiva che l'Ulivo deve avere il coraggio e la forza di governare audacemente.

In quale modo?

1. Ritengo che la proposta di riforma federale debba essere inquadrata in prospettiva culturale, ideale e valoriale ben definita. La crisi delle formule istituzionali precedenti chiama non già alla rinuncia ma alla sfida per l'innalzamento dei livelli di democrazia e quindi dei poteri che nel suo contesto ogni cittadino deve essere in grado di esprimere.

2. Il federalismo verso cui tendere non può altro che essere solidale e pertanto opposto ad ogni idea secessionista, separatista, indipendentista, di egoismo regionalista.

L'approccio al regional-federalismo può avere diverse nature:

• quella emotiva e rabbiosa, che confonde il federalismo con una rivendicazione gretta e localistica che nulla ha a che fare con i principi di sussidiarietà, interdipendenza e solidarietà;

• quella economico-sociale, che vede nel regional-federalismo, sulla base di esperienze di altri paesi democratici e sviluppati, un importante mezzo di partecipazione e di efficienza;

• quella politco-istituzionale, che vede nel regional-federalismo una più completa forma di democrazia.

Dobbiamo toglierci di dosso la paura che ogni discussione sul federalismo porti con sé il germe del secessionismo.

3. Ritengo pertanto che rispetto ai cenni di federalismo presenti nelle Tesi dell'Ulivo (tesi 3 sul federalismo cooperativo; tesi 37 sul federalismo fiscale) si debba essere più netti e chiari.

Fare un patto più preciso.

Bisogna parlare di un sistema federale accentuato dal sistema a capitale reticolare.

Il modo forse migliore per riprogettare un sistema è di prendere a modello un altro che funziona. E in tal caso sembra d'obbligo il riferimento al modello della Repubblica federale di Germania.

Perché la nostra geografia, la nostra storia, la giovinezza del nostro Stato, le forti caratterizzazioni regionali parlano in favore di una struttura federale di tipo tedesco, con una forte autonomia fiscale ed amministrativa bilanciata da un fondo di solidarietà che trasferisca una parte delle risorse dalle regioni più ricche a quelle più povere.

Questa è la sfida decisiva che gli Amministratori Locali chiedono di affrontare per poi governare quello che a ciascuno compete: l'agricoltura, la sanità, le politiche del territorio, le politiche di sviluppo che non possono oramai che essere pensate ed attuate su base regionale, con un bilancio regionale, con risorse raccolte in parte sostanziale a livello regionale.

Dalla riforma dello Stato, nel senso della dislocazione dei suoi poteri ora accentrati, mi attendo il decollo di una più robusta e appropriata partecipazione dei cittadini al merito delle scelte e, quindi, il fiorire di una diffusa capacità di competenze politiche.

Senza pretendere di sequestrare la totalità della dimensione personale e intersoggettiva e senza decadere in quella più subdola forma di condizionamento totalitario che si manifesta nella sua riduzione a spettacolo non stop, la politica potrà forse diventare l'ambito di pensieri liberi e di gesti attivi.

Spero che la maggior parte della società italiana e di quella della nostra provincia non sia disposta a cadere nella trappola della demagogia inconcludente della destra, e a credere ai venditori ambulanti di prosperità.

Spero che il programma serio e articolato dell'Ulivo possa trovare accoglienza perché, per dirla con Prodi, non è una semplice mediazione tra le radici che ne stanno alla base: ognuno ha apportato il meglio del proprio passato per costruire una nuova comune cultura di governo e costituisce la base per cinque anni di governo del Paese.


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Qualcuno vuole fermare il nuovo

(Intervista, rilasciata a Giancarlo Capecchi, La Nazione 23. 2. 1999)

Gentili, allora è un candidato di bandiera?

Ma quale candidato di bandiera. Attualmente sono il presidente di un'amministrazione sorretta da una maggioranza composta da Ds, Ppi, socialisti e Pri.

Ma l'ha riproposta il Ppi?

E li ringrazio per la stima. Credo che il ragionamento del Ppi (di cui faccio parte) sia elementare: giudizio sul lavoro svolto dalla provincia positivo, i risultati sono sotto gli occhi di tutti, perché quindi cambiare o addirittura azzerare?

Si, ma la prossima alleanza di centrosinistra dovrebbe essere più larga e non tutti sembrano pensarla allo stesso modo, anche tra i vecchi alleati´

E' vero. Ed allora si faccia chiarezza. La nostra esperienza ha rappresentato un autentico cambiamento. Ora qualcuno sembra volerlo archiviare. Perché? Se è questo che si vuole lo si dica chiaramente e si propongano candidature alternative.

Ma lei si è autocandidato?

No. A commento di una considerazione fatta dal sindaco Brozzi che si augurava di avere in futuro la stessa collaborazione avuta finora, ho risposto che l'unica via sicura era quella di avere per il futuro amministratori con la stessa sensibilità.

Ma accetta la candidatura?

Si, ma non a tutte le condizioni.

Cioè a quali?

Che si privilegi il bene comune a quello personale o di parte. Si continui quindi sulla via della moralizzazione, dell'innovazione, si rispetti l'istituzione posizionandola correttamente tra forze politiche e cittadini.

Che si lavori con dedizione ai problemi della nostra gente e a valorizzare le risorse del territorio e si presti attenzione a tutte le aree della provincia.

Onestamente presidente, è soddisfatto del suo lavoro?

Di me stesso non lo sono mai, ma del lavoro svolto in questa legislatura dalla provincia direi di si. Il programma elettorale del '95 è stato ampiamente realizzato, anzi, siamo andati ben oltre.

E cosa vuol ricordare?

Una Piano Territoriale capace di coniugare tutela e sviluppo, la grande prospettiva del Distretto Rurale d'Europa, le opportunità di sviluppo e lavoro legate al Patto Territoriale, il cambiamento introdotto nella Formazione Professionale.

Poi l'azione delicata sul Dimensionamento scolastico, le opere realizzate per l'edilizia scolastica, il recupero dei beni culturali, gli interventi sulla viabilità, il decollo dell'Aeroporto, il risanamento della Rama.

E, poi, all'interno dell'ente, la scelta della comunicazione e della trasparenza come nuovi spazi di democrazia.

Tutto per mantenere fede all'impegno di organizzare una "Provincia amica".

Tutto bene allora?

No, sarebbe sciocco pensarlo. Abbiamo commesso errori e la soluzione di alcuni problemi è ancora aperta. Il contributo leale e disinteressato che può venire da alcuni nuovi amici potrebbe essere, proprio per questo, utile.

E delle primarie, presidente, cosa pensa?

Che sono un'iniziativa di straordinaria importanza. Se ben fatte, dotate di opportune garanzie e controlli, veramente aperte ai cittadini e non solo preda dei soliti noti.

Se la coalizione avrà il coraggio e l'intelligenza di metterle in piedi, offrirà ai cittadini una segnale di straordinaria rilevanza.

E lei si sottoporrà al "rischio" delle primarie?

Certamente, "competition is competition".

OK! Il caso è chiuso

(Conferenza stampa, 30. 3. 1999)

Non mi ero candidato alla presidenza della Provincia.

Avevo dichiarato la mia disponibilità ad esserlo a certe condizioni.

La mia candidatura era naturalmente sul tavolo del centro-sinistra perché Presidente uscente e in questa logica i popolari l'avevano riproposta.

I componenti del tavolo, con l'eccezione del segretario dei Popolari e qualche altro distinguo, hanno più volte chiesto l'accantonamento della mia candidatura.

Prendo atto del non gradimento e registro la volontà dei responsabili provinciali di alcuni partiti del centro-sinistra di optare per una forte discontinuità con l'esperienza, i risultati, lo stile amministrativo del Governo Gentili.

Prendo atto e ritiro la mia disponibilità.

Prendo atto, ma non comprendo.

La coalizione, forte della nostra esperienza, avrebbe potuto:

• vantare risultati amministrativi concreti (frutto di un duro e costante lavoro) di fronte a tanti parolai;

• esibire lo stile collaborativo, anzi fraterno della Giunta e la stabilità garantita dal gruppo di consiglieri di maggioranza, dinanzi alla fibrillazione e agli scontri di altri palazzi;

• presentare le innovazioni introdotte per organizzare un ente più vicino ai cittadini, più trasparente e imparziale;

• valorizzare il senso delle istituzioni mostrato dagli amministratori, teso a difendere la Provincia dalle improprie invasioni di campo.

Invece si è deciso di intraprendere la strada della rottura con questo modo di amministrare.

Quali ragioni vengono addotte per giustificare l'operazione?

Non è dato averne pubblica conoscenza.

Stando ai si dice, alcuni sembrano aver sostenuto che, pur avendo ben amministrato, abbiamo lavorato troppo sotto traccia, non riuscendo a capitalizzare consensi.

Rispondo che questo lavoro di capitalizzazione sarebbe stato proprio delle forze politiche della coalizione che, invece, nei 4 anni sono state su questo completamente latitanti.

E poi, perché non lasciare la parola al popolo sovrano? Sono sicuro che molti cittadini hanno compreso il nostro modo nuovo di amministrare la cosa pubblica.

Stando ai si dice, sembra che qualcun altro protagonista dell'operazione ritenga il candidato Gentili non in grado di avere la forza per attrarre i necessari consensi per vincere la competizione elettorale, in quanto ancora poco conosciuto.

Giudicare su questo è veramente opinabile.

Ricordo peraltro di aver già vinto nel 1995, e di aver vinto il ballottaggio anche nel Comune di Grosseto.

Ho inoltre in mano un sondaggio della Abacus, condotto sul territorio provinciale il 1 marzo 1999, dal quale emerge un grado di notorietà di Gentili pari al 69% dei cittadini (79% a Grosseto).

Sempre lo stesso sondaggio evidenzia che la propensione al voto per Gentili, rispetto ad un gruppo ipotetico di candidati, è di gran lunga la più alta, anche se resta elevato il numero degli incerti.

Stando ai si dice, sembra che qualche altro stratega giustifichi la mia defenestrazione con la necessità di trovare un candidato in grado di attrarre voti dal centro-destra.

Il sondaggio Abacus evidenzia una discreta propensione al voto per Gentili anche da parte di elettori che nel recente passato hanno votato centro-destra. E ciò a differenza di altri candidati.

Stando ai si dice, altri sembrano infarcire l'operazione dicendo che era necessario non ricandidare il Presidente uscente in ragione dell'allargamento della maggioranza provinciale ad altre forze politiche.

Giustificazione risibile. La stessa cosa non la si sostiene - saggiamente - in nessun altro Comune della provincia ove è in atto la stessa operazione di allargamento (Follonica insegna, ma anche Massa, Sorano e via dicendo).

Stando ai si dice, altri ancora sembrerebbero sostenere l'inopportunità di una mia ricandidatura perché non avrei sufficientemente contrastato l'Amministrazione comunale di centro-destra di Grosseto.

Questione mal posta, perché gli unici titolati a contrastare democraticamente la politica amministrativa del Governo Antichi sono i gruppi dell'opposizione in quel Consiglio Comunale, i quali debbono essere in grado di elaborare e presentare ai cittadini un proprio progetto di governo della città.

La Provincia, per sua natura istituzionale, si colloca su un piano diverso rispetto a quello comunale e non può ingaggiare battaglie, né prendere gli spazi di alcun Comune, fosse il più piccolo del territorio.

D'altro canto, il cittadino può liberamente valutare se lo stile e i risultati amministrativi di un Governo di centro-sinistra come quello che ha retto la Provincia siano stati migliori, per il bene comune, di quelli del Comune di Grosseto o di altri comuni amministrati dal centro-destra.

Non sembrano dunque esservi giustificati motivi per gettare alle ortiche l'esperienza amministrativa della Giunta Gentili.

Non ve ne sono amministrativi, né politici perché un allargamento della maggioranza verso sinistra richiede proprio una candidatura di centro cattolico in grado di contrastare l'automatica tendenza del voto cattolico non popolare a polarizzarsi verso il centro-destra.

Ne vi sono motivi tattici: di Gentili si sarebbe potuto anche spendere il suo essere più dalla parte dei cittadini che dei partiti come valore aggiunto.

Insomma, ritenevo di essere (insieme agli amici della Giunta) una risorsa, magari piccola, del centro-sinistra provinciale, invece mi hanno fatto diventare un caso, come Ocalan.

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Ok! Il caso è chiuso.

Auguro al centro-sinistra provinciale di individuare candidati, programma e progetti in grado di vincere la competizione elettorale.

Con noi vi erano le condizioni per vincere.