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Considerazioni su Ambiente, Territorio, Infrastrutture

Educare allo sviluppo sostenibile

Il problema acqua è un fatto culturale

Pecora in mare

Il PNAT possibile

Il Parco tra centralismo e federalismo

Il Parco della Maremma vivibile

4 domande a Eni Risorse

Piano Territoriale di Coordinamento per la vita e lo sviluppo

Sdoganare la grande viabilità

Infrastrutture: a ciascuno il suo

L'Aeroporto. Tra passato e futuro

L'Aeroporto. Il nostro impegno

Agli antipodi dello spirito giubilare

Maremmani e Intermodali

Le Infrastrutture e il Ministro

 


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Educare allo sviluppo sostenibile

(Intervento di saluto al Convegno "Educazione allo sviluppo sostenibile"

C.E.A. Rispescia, 5. 12. 1997)

Educare allo sviluppo sostenibile non solo è possibile, ma doveroso. Ne va del nostro futuro.

Ma cosa vuol dire sviluppo sostenibile se si sono scomodate ben oltre 70 definizioni per circoscriverlo?

La dimensione ecologica e le generazioni future: educare alla "solidarietà verticale"

Il principio - consacrato dal cosiddetto "Rapporto Brundtland" - è in sostanza un semplice precetto di buona economia.

Afferma infatti che un'economia sana vive degli interessi e non del capitale.

Ciò implica che il capitale naturale, inteso sia come fonte di risorse sia come recipiente di rifiuti, può essere sfruttato solo nei limiti della sua capacità di rigenerarsi.

Poiché, sia le conseguenze di questo sfruttamento sia la eventuale rigenerazione della natura si estendono su secoli o millenni, il principio della sostenibilità esige che le generazioni future debbano poter godere dello stesso capitale di quelle presenti.

Lo sviluppo e la giustizia internazionale: educare alla "solidarietà orizzontale"

Ma c'è di più. Un recente lavoro prodotto in Germania dal titolo "Germania sostenibile", traduce l'aggettivo con il termine Zukunftsfähiges ("Zukunftsfähiges Deutschland").

L'aggettivo scelto significa più propriamente "capace di futuro": concetto che va al di là della semplice compatibilità ambientale perché include anche il criterio della giustizia.

Infatti per definire lo sviluppo sostenibile occorrono due approcci, quello dell'ecologia e quello della giustizia, cioè dell'equa ripartizione del diritto alla natura.

Oggi il 20% della popolazione mondiale utilizza l'80% delle risorse della Terra.

Alla base di questo squilibrio c'è dunque non solo un problema ecologico, ma anche un problema di giustizia.

Il presupposto della sostenibilità è, quindi, di natura etica.

Non solo ogni generazione futura, ma anche ogni persona vivente ha diritto allo stesso spazio ambientale, che viene definito come lo spazio che gli esseri umani possono utilizzare nell'ambiente naturale senza comprometterne durevolmente le caratteristiche essenziali.

E' impossibile, allora, parlare di ambiente e sostenibilità senza parlare contemporaneamente di giustizia internazionale.

 

Sviluppo, stili di vita e modelli culturali: educare a "vivere bene" piuttosto che ad avere molto

Un'idea guida della società industriale è quella dell'economia della crescita.

Ma ormai da tempo crescita e occupazione non vanno più a braccetto e oggi il martello della globalizzazione si rivolge contro coloro che l'inventarono, si abbatte sulla loro ricchezza e sul loro stato sociale.

Di fronte al crescere del numero dei disoccupati, dei profitti d'impresa e dell'indice di borsa, lo slogan crescita e occupazione su cui nel passato si è insistito non sembra più tenere conto dei limiti oggettivi dello spazio ambientale, dell'accelerarsi dell'automazione e soprattutto del fatto che non sempre gli esseri umani si comportano secondo i modelli previsti dai manuali economici.

Insieme alla grande massa di coloro che non consumano abbastanza perché non possono, aumenta anche la piccola schiera di coloro che non consumano abbastanza perché non vogliono, in quanto, se possono, preferiscono lavorare e consumare di meno e vivere meglio.

La dimensione economica ed ecologica si incrocia, allora, con quella esistenziale e pone anche la questione degli stili di vita e dei modelli culturali.

L'accelerazione dei processi produttivi porta con sé quella dei ritmi di vita e di consumo, stimolando una corsa che però comincia a dar segni di affanno. Allora forse è vero sostenere che "l'obiettivo della sostenibilità verrà sicuramente mancato se il consumo medio dei Paesi industriali continuerà a crescere. Per questo deve crescere la consapevolezza che oggi una migliore qualità della vita non può essere raggiunta con "di più" o un "più velocemente", bensì con un "di meno", "più lentamente" e "più consapevolmente"" (KEKD e DBK).

Il peso dell'economia della crescita grava così non solo sul "pianeta esterno", ma anche sul "pianeta interno" e la domanda se sia possibile trasformare i limiti biofisici in opportunità diviene pressante.

Secondo un'altra idea-guida della società industriale, la soddisfazione nella vita aumenta con l'accumulazione dei beni.

Ciò è spesso vero nel passaggio da un'economia di penuria ad una di abbondanza, ma solo sino a un certo punto e fino alla disponibilità di un determinato insieme di prodotti moderni. Oltre un certo grado di equipaggiamento e una certa velocità di rinnovo delle cose, emerge una contraddizione: spesso i beni ci arricchiscono, ma il procurarceli e l'usarli ci costa sempre tempo. E per buona parte della classe media nelle società industriali, il tempo, non il denaro, è la merce rara di fine secolo.

Si è calcolato che una famiglia della tribù Navajo nel Nord America utilizza 236 oggetti, mentre una famiglia tedesca ne possiede in media 10.000.

Questi oggetti richiedono tempo: occorre sceglierli, comprarli, usarli, pulirli, ripararli, sostituirli. Con loro cresce lo stress e la fretta e diminuisce il tempo a disposizione per goderli.

Quindi la soddisfazione immateriale legata al possesso dei beni tende a diminuire con l'aumentare del loro numero.

Diverse culture e religioni hanno messo in luce che c'è un legame nascosto tra sufficienza e soddisfazione e può darsi che sia vero che "un uomo è ricco in proporzione alle cose di cui può permettersi di fare a meno".

Educare ad uno sviluppo capace di futuro è arduo e richiede profondi cambiamenti mentali e culturali.

Ma se abbiamo a cuore lo sviluppo dell'uomo e di tutti gli uomini, non possiamo farne a meno.


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Il problema acqua è un fatto culturale

(Intervento di saluto al Convegno sulla Risorsa Idrica

organizzato dal Consorzio Acquedotto del Fiora, Grosseto, 27. 11. 1995)

"Ci rendiamo conto del valore dell'acqua solo quando il pozzo è asciutto". Frase profetica questa di Benjamin Franklin, detta nel 700, quando sembrava che l'acqua fosse un bene inesauribile.

Qualcuno lo pensa anche adesso, convinto forse del basso costo che comporta, non paragonabile a gas ed elettricità. Salvo poi scoprire che 10 milioni di italiani hanno i rubinetti secchi dai tre ai sei mesi all'anno.

Utilizzo la frase del Franklin, in apertura di questo prezioso convegno, per dire che a mio modo di vedere la falda artesiana del problema acqua è una falda culturale.

Sia pure in un contesto di proliferazione normativa (dal 1976 al 1995 ho contato 6 leggi nazionali, 1 DPR, 4 Decreti Legge, 2 Leggi Regionali) è a tutti nota la decisività della Legge 36/94, detta legge Galli, ma che forse Galli non è, stante le modificazioni sostanziali ricevute nel corso di 4 anni di discussione.

Legge che persegue l'obiettivo di:

• riorganizzare il servizio idrico, superando sia la frammentazione delle gestioni che la mancanza di un governo unitario della risorsa idrica;

• disciplinare il Servizio Idrico Integrato inteso come: captazione, adduzione e distribuzione d'acqua ad uso civile, fognature, depurazione di acque reflue;

• prevedere che i servizi idrici siano riorganizzati sulla base di Ambiti Territoriali ottimali;

• individuare fra gli Enti Locali il compito di programmare e controllare la gestione del servizio idrico integrato, servizio che dovrà essere affidato a soggetti gestori che ne assicurino una gestione imprenditoriale.

Il salto culturale da compiere è intanto quello di inserire la questione acqua nel contesto di una più complessiva pianificazione, rispettando quello che la stessa legge 36 ci chiede: un uso razionale delle risorse secondo criteri di solidarietà, salvaguardando anche i diritti delle generazioni future.

Diventando consapevoli che il problema non è solo quello dell'attingimento per usi plurimi delle risorse d'acqua, ma oggi più che mai assume, giustamente, sempre maggiore rilevanza la salvaguardia e la tutela di tutti i corpi idrici presenti sul territorio al fine di preservarli dall'inquinamento, ma anche la tutela ambientale su vasta scala per limitare tutti quei fenomeni negativi come l'erosione, l'abbassamento delle falde acquifere, la salinità, la mancata depurazione delle acque di scolo, la bonifica idraulica e così via.

Ecco così che saranno necessarie, in funzione del loro impatto ambientale, le valutazioni complessive dei singoli interventi sia sul sistema dunale e costiero, sull'attingimento delle falde freatiche per usi agricoli e idropotabili, sul prelievo degli inerti dall'alveo dei fiumi, sullo sfruttamento idroelettrico, sull'uso delle acque termali e idrominerali, sull'irrigazione, sulla costruzione di invasi artificiali, sulle opere di bonifica idraulica, sulla forestazione, sull'inquinamento idrico e i relativi impianti di depurazione, sulle discariche, sugli acquedotti ecc..

E' inutile fare progetti senza prima conoscere sufficientemente le risorse disponibili e il loro potenziale uso, ma principalmente le reali alternative ai vari sistemi e quindi il loro costo non solo economico, ma anche ambientale.

Occorre elaborare bilanci che non siano più solo continue ricerche d'acqua per pareggiare l'offerta alla crescente domanda, secondo lo sviluppo di crescita lineare che non tiene conto delle leggi che regolano l'ambiente e delle limitazioni delle risorse, ma orientarci sempre più verso una gestione ottimale del bene a livello di bacino sia nella fase di captazione che in quella della distribuzione, introducendo i metodi di controllo e gestione di tipo informatico attraverso una rete di tele segnalazioni e telecomandi, intervenendo più radicalmente sul ciclo naturale e artificiale delle acque e programmando necessariamente anche un suo riciclo.

E' indispensabile comunque pensare sempre ed in ogni fase alla tutela del patrimonio idrico per l'importanza primaria di un bene prezioso e insostituibile.

Va quindi, costruita ed avanzata una proposta di nuovo schema di approvvigionamento idrico a scopi plurimi con elementi di flessibilità nei tempi e nei modi di realizzazione e di gestione che tengano conto di tutte le richieste (idropotabili, irrigue, industriali e ambientali) ed integrando fra di loro le risorse idriche sotterranee e superficiali nel rispetto dei valori ambientali di tutto il territorio (invasi, riequilibrio di falde, salinizzazione, pozzi).

Ecco che in questo quadro si può delineare un ruolo determinante per la Provincia. Mentre, infatti, l'Autorità di Ambito di prossima costituzione dovrà programmare gli interventi (es. nuovi pozzi, gallerie, depuratori, impianti di adduzione, di grande distribuzione, ecc.) e il soggetto gestore dovrà, appunto, gestire il servizio idrico integrato, la Provincia dovrà dedicarsi alla programmazione delle risorse.

Ma il problema è culturale anche nel senso che è questione comportamentale ed educativa.

Il cittadino, oltre a non usarla in modo improprio, può fare molto di più per difendere la sua acqua, scoprendo una nuova fonte d'acqua: il risparmio.

Basta pensare a qualche gesto che compiamo abitualmente senza renderci conto di quanta preziosa risorsa necessiti.

Tirare lo sciacquone, anche se magari nel water c'è un solo capello, è sbagliato: ora esistono sciacquoni a flusso differenziato, da 3 a 10 litri a seconda delle esigenze. Si calcola che una famiglia di 4 persone utilizzandoli può risparmiare 30.000 litri di acqua all'anno. Uno sciacquone siffatto costa 140.000 lire.

Le docce con acqua vaporizzata riducono i consumi fino al 70 %.

I rubinetti frangigetto, gonfiando l'acqua di aria, risparmiano il 40%.

Senza poi dimenticare la manutenzione: un rubinetto che perde una piccola goccia d'acqua in un anno ne spreca 20.000 litri.

L'uso civile dell'acqua, anche se non è tutto, è un buon punto di partenza per cominciare ad invertire la tendenza all'uso non oculato.

Insomma, serve molto anche sensibilizzare al problema.

Servono comportamenti nuovi; per questo dobbiamo partire seriamente con una politica di educazione ambientale nelle scuole e nella famiglia, con l'aiuto anche dei mezzi di informazione che, però, spesso, drammatizzando i problemi, di fatto non aiutano.

E' in questo contesto e all'interno della filosofia che fa da falda freatica e artesiana a quanto detto che, a mio modo di vedere, potrà trovare soluzione l'annosa questione della Nova in un quadro di seria valutazione dell'impatto ambientale, di salvaguardia della risorsa, di sua valorizzazione in un'ottica di solidarietà sovracomunale.

 


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Pecora in mare

(Lettera inviata il 5. 8. 1996 al Presidente dl Consiglio dei Ministri, Romano Prodi,

al Ministro dei Beni Culturali e Ambientali, Walter Veltroni,

al Ministro delle Risorse Agricole, Alimentari e Forestali, Michele Pinto,

al Ministro dell'Ambiente, Edo Ronchi,

al Sottosegretario alla Protezione Civile, Franco Barberi)

Pregiatissimo Presidente e cari Ministri,

la questione che sottopongo alla vostra attenzione è certamente di quelle minori, rispetto ai problemi che normalmente vi occupano. Ma è emblematica di quella "buffa Italia" che deve essere completamente rinnovata.

Riguarda lo sbocco a mare di un Fiume, il Pecora, ubicato nei pressi della città di Follonica (GR). Opera che desideriamo celermente realizzare, per la quale abbiamo già i necessari fondi a disposizione, ma che è "maledettamente" incagliata sugli scogli di un'Italia che non vuol cambiare.

Consentitemi di abusare di un briciolo del vostro prezioso tempo.

Il fiume Pecora ha subito, nel tempo, varie modifiche ad opera dell'uomo; ultima, la deviazione del suo corso all'interno del padule per "affrancare queste terre dalla malaria" e restituirle all'agricoltura.

Questi interventi, se in un primo momento hanno creato benessere, in seguito, assieme all'urbanizzazione di Follonica e all'industrializzazione dell'area di Scarlino (comune limitrofo), hanno provocato non pochi problemi, quali: la presenza di stabilimenti industriali (Tioxide e Solmine) e le relative discariche; gli scarichi di depuratori civili ed industriali nel canale Solmine; la necessità di salvaguardare le zone umide ancora rimaste; l'erosione costiera; la necessità di riorganizzare il sistema viario; il rischio idraulico.

L'Amministrazione Provinciale ha sentito la necessità di trovare una soluzione alla situazione venutasi a creare e per questo ha istituito sin dal 1991 un gruppo di lavoro con il compito di elaborare un progetto di fattibilità per gli interventi di recupero ambientale del Padule di Scarlino e di ripristino dello sfocio a mare del fiume Pecora.

Lo studio ha individuato tre problemi principali, legati alla mancanza dello sbocco a mare di questo fiume, che necessitano di urgenti soluzioni: l'interramento e la conseguente scomparsa di ciò che rimane della zona umida; la mancanza di apporti solidi sulla costa collegata alla morfologia costiera ed alle correnti marine è determinante per l'erosione della spiaggia che, in diverse zone, è tale da interessare anche la fascia dunale dei tomboli costieri; il rischio di esondazioni cui è sottoposta l'intera area, specialmente la zona industriale del Casone di Scarlino ed i centri abitati di Follonica e del Puntone di Scarlino. Prova ne è stata l'alluvione del 5 ottobre dello scorso anno, quando non pochi mm di pioggia, caduti in meno di tre ore, sono stati sufficienti a devastare l'intera area causando gravi danni in alcuni quartieri di Follonica ed agli stabilimenti industriali del Casone di Scarlino.

Il gruppo di lavoro ha proposto sei diverse soluzioni possibili per ripristinare la foce del fiume Pecora; di queste, tenuto conto di tutti gli aspetti tecnici, ambientali ed economici, ne sono state individuate due più fattibili.

Sulla base dello studio, nel dicembre '94 l'Amministrazione Provinciale ha richiesto contributi alla Regione Toscana, ottenendo la disponibilità ad un finanziamento di 13 miliardi di lire.

Negli scorsi mesi il lavoro svolto, ed in particolare le due soluzioni precedentemente individuate, sono state presentate in due successive riunioni: una presso la sede della nostra Amministrazione e l'altra sul luogo direttamente interessato.

A queste riunioni hanno partecipato i Sindaci dei Comuni di Follonica e Scarlino, i rappresentanti della Capitaneria di Porto di Livorno, della Sovrintendenza ai Beni Archeologici di Firenze, della Sovrintendenza ai Beni Ambientali di Siena e le rappresentanze locali della Regione Toscana (Genio Civile), del Ministero delle Finanze, del Corpo Forestale dello Stato, dell'Azienda delle Foreste Demaniali dello Stato e degli Uffici competenti dell'Amministrazione Provinciale.

Nel corso delle riunioni:

• rispetto alla prima soluzione, sono state sollevate obiezioni da parte del rappresentante della Sovrintendenza ai Beni Archeologici, per la presenza di alcuni reperti archeologici;

• rispetto alla seconda soluzione, sono state sollevate obiezioni da parte del rappresentante dell'Azienda delle Foreste Demaniali dello Stato, per la presenza di un'area appartenente al Demanio Forestale.

Nonostante i vari tentativi compiuti per giungere ad una soluzione concordata del problema non è stata ravvisata la disponibilità dei sopraddetti rappresentanti dei due Enti.

Tutto sembra, quindi "maledettamente" bloccato dentro le tenaglie di un'Italia che ancora non vuol morire, che per difendersi mette a repentaglio la vita e le attività delle persone (rischio esondazione).

Per tutto quanto esposto, mi permetto di chiedere con la presente un vostro sollecito intervento al fine di individuare la soluzione più idonea e consentire alla nostra Amministrazione il proseguimento nella disposizione degli atti necessari a vincolare i fondi stanziati dalla Regione Toscana ed a realizzare un'opera necessaria alla sicurezza delle persone ed alla difesa del suolo.

Distinti saluti.


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Il PNAT possibile

(Intervento sul Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano,

Consiglio Provinciale, 24. 11. 1995)

Gli incontri che, su nostra iniziativa, stiamo ormai da tempo sviluppando con i 28 comuni della nostra provincia stanno sempre più assumendo i contorni di un grande evento culturale, politico, programmatico.

Non a caso la prima tappa è stata all'Isola del Giglio il 5 settembre 1995.

In quell'occasione ebbi modo, insieme alla Giunta, di rappresentare alla giunta comunale che le potenzialità e le problematiche di quel comune stavano molto a cuore all'amministrazione provinciale.

Particolare rilevanza assunse, nel fitto dialogo che si ebbe modo di tenere, la cosiddetta "questione Parco", sulla quale mi feci subito la convinzione che non poteva essere imposta e calata dall'alto sopra la testa di una popolazione che manifestava in larga parte disagio, contrarietà, irrigidimento.

Mi convinsi anche che bisognava uscire dalla inconcludente logica del "Parco si - Parco no" per entrare in quella più produttiva del "Parco come".

E' d'altronde questa la sostanza e la forma di una vera azione di governo, sia per questo come per tutti gli altri casi critici che ci troviamo dinanzi.

E' la "via debole" che ripudia la politica gridata, fatta di dichiarazioni, interviste, comunicati stampa 24 ore su 24, considerati quasi come una sorta di specchio di Biancaneve dal quale ricevere l'attesa risposta sulla più bella del reame.

Io credo fermamente che amministrare significhi governare i processi in atto per contribuire al cambiamento, favorire il salto di qualità, raggiungere i risultati sperati.

Per questo la giunta provinciale si è data come stile quello di fuggire dalla logica del "bla-bla-bla" per immergersi nell'impegno costante e totale spesso non eclatante, ma continuamente volto alla ricerca di tutti gli utili canali che possono consentire di giungere al risultato sperato.

E' la logica del chicco di grano, che se non muore non porta frutto, e che ci consente finalmente di uscire dal teatrino dell'ovvio.

Con questo stile ho cercato di affrontare anche la questione del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano che - come detto - reclamava e reclama la fuoriuscita dalla logica Parco si - Parco no.

Inoltre, in più occasioni, proprio nella logica della tessitura dei rapporti utili a risolvere i problemi e a valorizzare le potenzialità, ho avuto modo di constatare che il Presidente della Provincia di Livorno, Claudio Frontera, sulla questione Parco aveva maturato le mie stesse idee e viveva le stesse difficoltà.

Abbiamo così tessuto una fitta rete di rapporti dai quali si sono ulteriormente rafforzate alcune convinzioni, è maturata una decisione, è stata lanciata una sfida.

Le convinzioni

Sopra la testa delle popolazioni interessate non può essere imposto nulla, salvo quanto richiesto da uno stato di diritto.

L'impianto della legge 394/91, in tema di competenze delle varie articolazioni dello Stato, contrasta con la legge 142/90 laddove questa statuisce la podestà dei Comuni e delle Province (artt. 2-9-14) e contrasta a maggior ragione con il principio di responsabilità diretta delle popolazioni amministrate che la successiva legge 81/93 ha affidato ai Sindaci e ai Presidenti delle Province.

Per questo è indispensabile riconsiderare il ruolo delle autonomie locali in materia di parchi nazionali attraverso le necessarie modifiche della 394/91.

Pertanto, la costituzione del Parco dell'Arcipelago deve scaturire da un percorso nel quale la perimetrazione sia la conclusione di un lavoro programmatorio comune degli Enti Locali e della Regione Toscana, tale da poter essere assunto dalla Regione medesima in sintonia con i principi normativi che si è data con la LR 77/95 per il sistema delle Autonomie Locali, con la LR 26/92 per la programmazione e con la LR 5/95 per il governo del territorio.

La decisione

Per ricollocare le autonomie locali al centro dell'intero processo è maturata la decisione di inviare una missiva alla Regione Toscana nella quale:

• rappresentare la nostra contrarietà alla proposta (duale) trasmessa dal Ministero per questioni sia di contenuto che di metodo;

• chiedere come Province un esplicito mandato onde procedere ad avanzare proposte e piani di perimetrazione e di gestione, da formulare mediante conferenze di concertazione con in Comuni interessati.

La sfida

E' stata lanciata una sfida nei riguardi della Regione Toscana perché il tanto conclamato federalismo trovi attuazione in comportamenti sostanziali oltre che in dichiarazioni formali.

Voglio ribadire che chiediamo esplicito mandato a diventare protagonisti di un percorso che ci permetta di giungere alla costituzione del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano per una via diversa e con un metodo innovativo, tale da condurci - tramite la Regione Toscana - a rappresentare al Ministero una ipotesi di "parco possibile" quanto a perimetrazione, zonizzazione e gestione condiviso dalla comunità locali delle Isole, dalle due province e dalla regione stessa.

In concreto vuol dire:

• che per la perimetrazione il punto di partenza irrinunciabile sono i Piani Regolatori Generali dei Comuni;

• che la zonizzazione, ossia la suddivisione del territorio del Parco in zone 1-2 e, perché no, 3 scaturisca da questa concertazione tra Enti Locali;

• che per la gestione, la Regione Toscana si impegni e riesca a strappare al Ministero l'impegno di nominare i tredici componenti il Consiglio Direttivo dell'Ente Parco o la grande maggioranza di questi, all'interno di rose di candidati graditi alla Comunità del Parco, composta dagli Enti Locali.


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Il Parco tra centralismo e federalismo

(Lettera al Presidente del Consiglio dei Ministri Romano Prodi, 30. 5. 1996)

Pregiatissimo Presidente, mi permetto di sottoporre alla Sua attenzione la questione del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano che forse domani troverà sul tavolo del Consiglio dei Ministri.

Il punto all'o.d.g. è, probabilmente, uno dei tanti; ma, in verità, contiene in sé delicati e complessi intrecci che acquistano una valenza generale nel metodo e nel merito di governo.

Il Parco appare, infatti, come una soluzione sostanzialmente calata dall'alto senza nessun coinvolgimento delle popolazioni e delle istituzioni locali.

L'Amministrazione Provinciale di Grosseto, che mi onoro di rappresentare, non è mai stata contraria alla istituzione di aree naturali protette purché fossero ideate, costruite e realizzate con il consenso dei cittadini e armonicamente integrate con le attività economiche e sociali del territorio.

Riguardo al Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano abbiamo sempre considerato realizzabile l'istituzione di quello che a più riprese abbiamo chiamato il "Parco possibile". Un Parco, cioè, a cui si giungesse attraverso un percorso realmente coinvolgente le comunità locali per quanto riguarda la perimetrazione e la "gestione" del Parco stesso.

Così non è stato, pregiatissimo Presidente.

Così non è stato per una serie di errori, di metodo e di merito, dei precedenti Ministri dell'Ambiente che hanno favorito lo scatenarsi di reazioni spesso alimentate da una diffusa disinformazione.

Così non è stato anche perché la legge istitutiva dei Parchi, la 394/91 (a parte l'indubbio merito di avere per la prima volta posto lo Stato in prima linea nella difesa e tutela del patrimonio ambientale) è stata partorita da una madre centralista.

Il suo impianto - infatti - contrasta, se non formalmente, sostanzialmente, con la legge 142/90 laddove questa statuisce la potestà dei Comuni e delle Province (artt. 2, 9, 14) e, a maggior ragione, con il principio della rappresentatività diretta delle popolazioni amministrate che la legge 81/93 affida ai Sindaci ed ai Presidenti delle Province.

L'art. 9 della 394/91 relativo all'Ente Parco, ad esempio, prevede un Consiglio Direttivo (autentico motore del Parco) composto di 12 membri, solo cinque dei quali designati dalle Comunità Locali.

Nessuno contesta il diritto dello Stato - o almeno io non lo faccio - di istituire sul territorio nazionale aree naturali protette (art. 1 della 394/91) purché, nella loro tutela e gestione attui le forme di cooperazione e di intesa previste dalla stessa legge (sempre all'art. 1 comma 5).

Io ritengo, anzi, che la tutela e la gestione dei parchi debba essere nelle mani pressoché esclusive delle Comunità locali che, vivendo su quel territorio, ne desiderano più di altri la tutela e la valorizzazione. Questa è la cultura e la storia della provincia di Grosseto e i fatti lo dimostrano.

Per quanto detto sono a chiederle, pregiatissimo Presidente, di voler sospendere l'iter amministrativo dell'istituzione del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano e di attivarsi sin da subito per una rapida modifica della Legge 394/91 laddove è in evidente contrasto con le istanze che, sempre più consistenti, salgono dalle popolazioni e dalle amministrazioni locali.

Le istanze di un autentico federalismo da lei certamente condiviso.

 


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Il Parco della Maremma vivibile

(Lettera, Agli amici che vivono e lavorano nel Parco della Maremma,

Alberese, 16. 12. 1999)

Cari amici, le vicende che hanno condotto al Commissariamento del Parco della Maremma sono a tutti note, perché sia necessario ripercorrerle.

Quello che è oggi utile ricordare è il clima incandescente di quei giorni, la incomunicabilità che si era venuta a creare tra l'Ente e le persone fisiche e giuridiche che nel Parco operavano, con in mezzo le istituzioni comunali e provinciale sballottate nel mare magnum delle polemiche.

I protagonisti dell'operazione Commissariamento ricorderanno che, pienamente coinvolto nell'attività della Provincia, tutto avrei voluto fuorché diventare il Commissario del Parco.

Anche perché gli slogan di piazza non erano del tutto incoraggianti: " Gentili: dalla padella alla brace".

E gli osservatori attenti lo interpretavano come un vero e proprio boccone avvelenato in vista delle imminenti scadenze elettorali provinciali.

Ma, a differenza di quando si è liberi da ruoli, noblesse oblige e quindi al Presidente della Provincia non fu possibile dire di no.

La nomina a Commissario mi fu notificata il 3 marzo 1999 ed è quindi da allora che potei essere operativo, anche se dimezzato con l'attività provinciale.

Nel Parco vi entrai da semi-informato. Non da disinformato, perché un Presidente di Provincia non poteva esserlo. Ma da semi-informato, nel senso che preso dalle mille problematiche provinciali e dal funzionamento dell'ente provincia, di tanto in tanto avevo fatto capolino nel Parco, nei suoi problemi e nelle sue potenzialità, attraverso incontri con il Consiglio Direttivo, il Presidente, le Associazioni di categoria, ma sempre in modo abbastanza rapido e passeggero.

Magari erano delle full-immersion, ma non potevano dare la percezione esatta delle cose.

Iniziata a vivere la vita del Parco mi sono pian piano reso conto delle sue problematiche e potenzialità, delle ricchezze e fragilità che lo contraddistinguono.

Cosciente che il 2000 rappresenterà quasi un anno giubilare anche per il Parco (sono infatti 25 anni dalla sua istituzione) ho ritenuto opportuno predisporre un programma e un metodo di lavoro per giungere alla redazione condivisa dei più volte citati Piano, Regolamento e Piano Pluriennale economico e sociale del Parco.

Redazione veramente condivisa sin dalle prime battute e che avesse nel "Documento programmatico del Parco del 2000" il primo traguardo, dal quale poi partire per giungere alla redazione degli strumenti programmatori. Il tempo a disposizione e le risposte delle Istituzioni - sempre un po' faticose - hanno sinora permesso di giungere a metà del primo percorso.

Ma il Parco è un organismo "vivo" e come tale è animato da dinamiche proprie che spesso tengono funzionalmente conto più del piccolo che del grande.

La gente comune, infatti, vive di micro-risposte piuttosto che di macro-enunciazioni.

Ed io non sono sfuggito a queste dinamiche, trovandomi spinto dalla necessità di tentare di fornire risposte ad una serie di problematiche che magari ai palati più raffinati potrebbero apparire insipide.

Ma non lo sono.

Per questo ho dovuto applicare l'antico adagio: "primum vivere, deinde philosophari".

Nel prima vivere vi era inclusa:

• la necessità di rasserenare (con i fatti) il clima tra l'ente e le aziende residenti e operanti nel Parco e le associazioni che variamente dicevano di rappresentarle;

• l'urgenza di fornire tutta una serie di risposte ai cittadini che in un modo o nell'altro dal Parco dovevano passare;

• l'opportunità di potenziare e rimotivare il personale interno all'ente.

Nel poi filosofare era previsto:

• l'avvio della fase che doveva condurre alla predisposizione degli strumenti di programmazione;

• la ricerca degli strumenti idonei a fare realmente decollare i progetti di sviluppo solo enunciati;

• l'articolazione di uno statuto più adeguato ai tempi e alla evoluzione normativa;

• la vigile attenzione alla evoluzione degli strumenti comunitari degli anni 2000-2006.

Il tutto fedele ad una filosofia di Parco.

Quella che lo intende:

▫ come sistema ambientale ove fare interagire diversi soggetti - la natura, la rete delle attività dell'uomo (agricole e turistiche), gli insediamenti storici, i luoghi di riposo, di divertimento, di immersione nella natura -;

▫ come patrimonio comune fatto di ambiente, storia, lavoro, speranze in grado di attivare meccanismi moltiplicatori di reddito e di benessere;

▫ come area protetta (naturalmente), ma soprattutto area che protegge il benessere fisico e psicologico delle persone, nel quadro del rispetto delle altre forme di vita.

Il Commissariamento straordinario è durato 9 MESI, il tempo di una "gravidanza".

Ed io spero che sia nato il PARCO AMICO.

Ora sta ai nuovi genitori, il Presidente e il Consiglio, educarlo e mantenerlo sulla strada amica.

A me resta la soddisfazione di aver lavorato insieme a "voi", unitamente ai dipendenti dell'Ente che sento il dovere di ringraziare.

"Voi" che siete il Parco vero, che amate questo meraviglioso lembo di terra e reclamate giustamente forme di partecipazione più democratiche.

Grazie amici, anche per la simpatia mostrata in occasione delle cosiddette "primarie" e Buon Natale.


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4 domande a Eni Risorse

(Introduzione all'incontro con l'Amministratore Delegato di Eni Risorse,

Scarlino, Gennaio 1996)

Il quadro di sviluppo

Ormai da tempo gli Enti che hanno responsabilità di governo sul territorio (Provincia, Comuni, Comunità Montana) per ciò che concerne l'area delle Colline Metallifere stanno lavorando per la realizzazione di quello che viene chiamato sviluppo sostenibile e integrato.

Sviluppo che, pur riconfermando il trinomio Agricoltura-Industria-Turismo, si fonda prioritariamente sulla valorizzazione delle risorse territoriali e ambientali, sul policentrismo, sull'integrazione a rete dei sistemi urbani, territoriali, ambientali che presentano notevoli valori potenziali.

Dalla realizzazione del Porto di Scarlino e il recupero e la valorizzazione degli insediamenti costieri, alla individuazione di attività produttive che abbiano un impatto morbido sull'ambiente e possibilmente inneschino processi produttivi a filiera.

Dal progetto di fattibilità per gli interventi di ripristino e recupero ambientale per il Padule di Scarlino ed il Tombolo costiero, al Parco minerario delle Colline Metallifere.

Dalla valorizzazione del demanio regionale (la cui estensione è superiore ad un terzo del territorio delle Colline Metallifere) con l'obiettivo di attivare segmenti specializzati della domanda turistica, qualificare le attività turistiche generali dell'area ed individuare nuove iniziative o potenziamenti nell'artigianato e nella produzione agro-alimentare, alla valorizzazione delle Riserve Naturali.

Dalla verifica della possibilità di rilancio delle risorse termali della zona, alla verifica delle possibilità di potenziamento delle attività che utilizzano la risorsa geotermica.

Le ferite del territorio

Queste ipotesi di sviluppo si collocano su un territorio che ha subito nel corso degli anni grandi stravolgimenti (attività minerarie, discariche di materiali, attività chimica del Casone, ceneri di pirite, di gessi, ecc).

Ferite tuttora sanguinanti che non possono non essere curate; e che non possono semplicisticamente essere liquidate con la messa in sicurezza delle strutture minerarie.

Occorre, allora, una bonifica integrale delle aree minerarie, un recupero ambientale del territorio manomesso, una bonifica definitiva e completa delle discariche industriali.

Occorre, insomma, un intervento di ricostruzione del paesaggio e del territorio all'interno del quale collocare due progetti.

Il progetto di riorganizzazione del sistema idraulico, con la ricostruzione della foce del fiume Pecora, per garantirne lo sbocco a mare.

Il progetto della realizzazione di un sistema di fitodepurazione in grado di garantire la depurazione delle acque civili e industriali.

Domande all'ENI

In siffatto contesto quello che vediamo ci preoccupa molto.

Infatti l'unica proposta che l'Eni fa verso un territorio che lo ha ospitato per circa 100 anni è quella di un impianto di produzione di energia elettrica da C.N.C. (sul quale ribadisco ancora una volta la nostra contrarietà), oltre a favorire l'accesso nella zona artigianale (tramite Nuova Solmine) di due aziende quali la MarZing e la Dayco.

Nello stesso tempo, a seguito di un annuncio pubblicato su quotidiani a tiratura nazionale, apprendiamo che la soc. Nuova Solmine - ultimo anello di congiunzione tra ENI e territorio - è posta in vendita, sancendo così il reale abbandono del nostro territorio da parte di quella società.

L'idea di sviluppo e i progetti che coltiviamo per questo territorio per realizzarsi pienamente hanno bisogno della buona volontà, delle competenze e delle risorse di molti: del Governo, della Regione, della Provincia, dei Comuni, di società di grande livello, dei privati in genere, che inseriti in un circuito virtuoso, siano in grado di dare corpo e gambe ai progetti.

Ed in questo quadro è decisivo il coinvolgimento di ENI in un ragionamento più complessivo.

E' quindi per noi decisivo comprendere alcune cose.

Quale ruolo l'ENI (proprietaria di innumerevoli terreni, di compendi immobiliari delle ex Miniere, della struttura industriale del Casone) può continuare a svolgere sul territorio, in relazione:

• alla bonifica ambientale dei siti degradati dall'attività mineraria,

• al Parco Minerario,

• alla gestione del patrimonio immobiliare,

• alla riconversione dei compendi immobiliari a fini produttivi o sociali.

Quali garanzie vengono date sulla riconversione occupazionale dei lavoratori usciti dal ciclo chimico-minerario.

In quale altro progetto, coerente col tipo di sviluppo ricordato, può essere interessato a svolgere un ruolo di primo piano.

Quale è il destino di Nuova Solmine.

 


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Piano Territoriale di Coordinamento

per la vita e lo sviluppo

(Introduzione al Consiglio Provinciale, 6. 11. 1998)

Introduzione

E' con un briciolo di emozione che mi accingo ad introdurre al dibattito consiliare lo strumento per eccellenza del governo del territorio provinciale: il Piano Territoriale di Coordinamento.

Desidero farlo enunciando in principio gli intenti e gli atteggiamenti che ci hanno guidato.

Enucleando, quindi, gli elementi che lo rendono profondamente innovativo.

Per poi concludere annotando gli strumenti veramente rivoluzionari che il PTC mette a disposizione dei Comuni.

Prima di tutto, però, mi sia permesso di ringraziare l'Ufficio del settore Sviluppo e Tutela del Territorio a cominciare dall'arch. Pettini, l'arch. Gracili, i loro collaboratori e gli altri dirigenti della Provincia che hanno apportato contributi.

Come pure i collaboratori professionisti esterni.

Un ringraziamento al vice presidente nonché assessore allo Sviluppo e alla Tutela del Territorio, agli amici della Giunta provinciale e ai Consiglieri (a partire da quelli di maggioranza) che hanno voluto offrire il proprio fattivo contributo.

 

Un PTC per la vita

Gli intenti

Gli intenti che hanno animato l'elaborazione del PTC, sono quelli che abbiamo sempre cercato di porre alla guida della nostra attività amministrativa.

Governare il territorio perché la vita viva e l'uomo viva: gli uomini di oggi e le generazioni future.

Governarlo, integrando sapientemente i valori e le sensibilità con gli interessi legittimi, per raggiungere il bene comune storicamente possibile.

Governarlo insieme perché società civile, politica e mondi vitali hanno il diritto e il dovere di costruire una buona società nella quale vivere.

Gli atteggiamenti

Da questi intenti sono scaturiti una serie di atteggiamenti che vorrei descrivere scomodando i 4 verbi che utilizzai nella Prima Conferenza del 11.04.1996.

Condividere: che in questo caso vuol dire codecidere, mettere insieme le conoscenze, attivare la concertazione continuata.

Conoscere: cioè individuare le risorse presenti e la loro disponibilità, valutare i rischi che le azioni sul territorio comportano e la loro compatibilità, censire le attività presenti e la loro correlazione con il territorio.

Custodire: perché noi siamo custodi, non proprietari, del suolo, dell'aria, dell'acqua e dell'identità storica, culturale, insediativa della provincia. La custodia implica il riconoscimento che queste cose sono patrimonio comune, anche delle future generazioni e postula la restituzione. E' in quest'ottica che si colloca la necessità della "tutela", la sua eticità.

Coltivare: cioè creare le condizioni perché l'uomo tragga i frutti della sua opera sull'ambiente, godendo degli interessi del capitale senza intaccare il patrimonio. E in questa prospettiva la stessa tutela deve trasformarsi in "risorsa".

 

Un PTC profondamente innovativo

"Intenti" e "atteggiamenti" che oggi ci consentono di presentare un PTC profondamente innovativo.

Ecco perché.

E' un Piano realmente condiviso

Infatti non solo abbiamo organizzato le due conferenze che la legge ci imponeva, ma abbiamo sollecitato e attivato confronti per accogliere contributi anche in questa fase nella quale non avevamo obbligo alcuno. Le quasi 200 integrazioni, raccolte attraverso decine di confronti, sono la plastica evidenza di questa concertazione. Integrazioni, sia detto a scanso di equivoci, che non hanno alterato la struttura del Piano, ma lo hanno solo perfezionato.

Fa proprio il principio di sussidiarietà

Lo fa riconoscendo a ciascuno dei livelli di governo del territorio pari dignità e poteri, superando la cosiddetta "pianificazione a cascata" e la subordinazione dei livelli inferiori a quello superiore.

L'azione provinciale, infatti, si incentra su un "efficace coordinamento tra i diversi centri di pianificazione", a cui fornisce sia scenari di riferimento sovracomunali che un tavolo permanente di confronto, al fine di attuare una programmazione integrata e individuare le priorità d'intervento.

Con il PTC abbiamo elaborato uno strumento che riconosce il ruolo primario di autogoverno dei Comuni, riservandoci solo di proporre quegli interventi che la legge ci conferisce, esclusivamente necessari all'obiettivo del coordinamento.

Rimane un cantiere aperto

Si configura infatti come un progetto con "struttura elastica" per recepire non solo le osservazioni presentabili dall'adozione all'approvazione, ma anche per valutare ed eventualmente accogliere aggiornamenti e integrazioni che possono pervenire, nei prossimi mesi e negli anni a venire, dai Comuni (in sede di formazione degli Strumenti Urbanistici), dalla Regione (nella definizione dei propri atti), da altri soggetti.

E, parimenti, è caratterizzato da una "struttura flessibile" soprattutto per l'evolversi di "intese" e "accordi" e per favorire azioni mirate.

Riduce i tempi e consente snellimenti procedurali

Una volta approvato, il PTC ridurrà "clamorosamente" i tempi di approvazione degli strumenti urbanistici.

Sino ad oggi i PRG stazionano presso i Comuni minimo 6 mesi dall'adozione all'approvazione provvisoria del Comune stesso, poi vengono inviati (oltre in Provincia per i pareri di rito) in Regione dove stazionano dai 4 ai 5 anni (il Comune di Grosseto, ad esempio, approvò il PRG nel 1991, la Regione l'ha approvato, stralciando una parte, nel 1996; le previsioni stralciate sono ancora nel limbo per mancanza delle contro deduzioni comunali).

Avere il PTC operante vuol dire mettere in condizione i Comuni di poter entrare al più presto a regime con la legge regionale che consente loro di poter approvare da soli i propri strumenti urbanistici in tempi infinitamente brevi.

A PTC vigente il comune adotta il Piano e se lo approva da solo. Alla Provincia rimane il ruolo della verifica di conformità al PTC che potrà tradursi anche nel silenzio assenso (60 giorni dopo l'approvazione comunale).

Consentirà, altresì, nelle questioni inerenti il territorio rurale di introdurre forme di autocertificazione per i programmi di miglioramento agricolo ambientale e di snellimento delle procedure, come è avvenuto per il Vincolo idrogeologico, permettendo così di offrire risposte rapide ai cittadini.

Parte dal dato conoscitivo

Prende le mosse da un'attenta analisi conoscitiva del territorio provinciale, non più considerato come un indistinto, ma come un'area vasta articolata al suo interno, dove le "diversità" sono riconosciute e inserite in un "sistema di complementarietà".

Democratizza il governo del territorio

Forte del dato conoscitivo consente il passaggio da un "sistema di vincoli" rigidi e generalizzati sul territorio ad un "pacchetto di regole" adeguato alle diversità e animato dalla filosofia della "fattibilità compatibile".

Mi dispiacerebbe che non fosse percepito il cambiamento culturale e scientifico rappresentato dal passaggio da quello che è stato sino ad oggi (il vincolo passivo) a quello che sarà una volta approvato il PTC (la regola attiva).

I vincoli nella vecchia logica, da quello idrogeologico del 1923, a quello paesaggistico del 1939, a quello archeologico sempre del 1939, sono stati imposti dall'alto "a prescindere".

Noi capovolgiamo quell'impostazione organizzando un sistema di regole che tiene conto delle peculiarità del territorio e individuiamo un metodo che consente di intervenire sullo stesso secondo le caratteristiche proprie di quell'ambito territoriale, garantendo evoluzioni compatibili.

Il PTC insomma organizza una programmazione in grado di tenere conto dell'identità territoriale della Provincia, cioè delle tipicità storiche, culturali, ambientali che la caratterizzano e delle risorse che possiede.

E questo rappresenta un vero e proprio passaggio da un "sistema autoritario" ad un "sistema di governo democratico del territorio", come si conviene al "Paese che vogliamo".

Libera il territorio

Questa nuova impostazione culturale permette di organizzare uno strumento in grado di superare tutti gli atti regionali di tipo settoriale, quali, ad esempio, la 296/88 (Piano Paesistico Regionale), la 47/90 (Direttiva della Fascia costiera), la 230/94 (Direttiva sul rischio idraulico).

Oggi il 75% circa del nostro territorio è praticamente bloccato dai vincoli passivi.

Nel PTC l'applicazione di regole impegnative passa al 20% e fa riferimento alle cosiddette Arpa, Aree di rilevante pregio ambientale.

Sono i gioielli di famiglia che siamo interessati a salvaguardare e che rappresentano punti di attrazione in grado di farci organizzare forme di sviluppo alternativo.

Nel rimanente 80% di territorio vi saranno regole che non limiteranno nessun tipo d'iniziativa. E la dimostrazione più palese è rappresentata dalle potenzialità normative previste per lo sviluppo del territorio rurale.

Sia allora detto forte e chiaro: in Provincia di Grosseto si può fare "tutto" (il bello, il buono, il lecito e l'utile); il PTC dice "dove" e "come" e lo dice esclusivamente rispetto alle regole.

Il dove non è infatti mai riferito alle localizzazioni, il come non è mai riferito alle destinazioni, che sono comunque e sempre di competenza comunale.

Ad eccezione solo di quelle strutture e infrastrutture di interesse provinciale (come per esempio le infrastrutture per la mobilità).

Punta su uno "sviluppo capace di futuro"

Fa propria la filosofia dello "sviluppo sostenibile" integrando la salvaguardia di quello che abbiamo chiamato il "capitale fisso sociale" (il territorio), con la "crescita ben temperata" delle infrastrutture, delle attività economiche e delle politiche di coesione sociale.

In tal senso punta ad uno sviluppo complessivo, integrato ed equilibrato articolando azioni tendenti a modificare la realtà della "provincia a due velocità", puntando ad una valorizzazione delle "economie interne" e ad una "qualificazione complessiva" del territorio provinciale.

Il PTC infatti contiene 3 grandi politiche territoriali.

La politica dell'equilibrato sviluppo tra costa ed entroterra, che si articola:

• nello sviluppo rurale integrato,

• nella riqualificazione della costa,

• nel potenziamento delle infrastrutture trasversali.

Solo con riferimento allo sviluppo rurale integrato desidero annotare, come elemento di valorizzazione della nuova ruralità previsto nel PTC, l'organizzazione del "sistema degli interventi a rete": il Parco della Civiltà Etrusca e il Parco Minerario (oltre al già nato Parco del Tufo), la Rete delle Aree Protette e la Rete della Sentieristica, il Sistema delle Ippovie, le Strade del vino, le Strade dell'olio, le Strade della carne, le Vie della castagna, il Sistema del Termalismo e delle Strutture Sportive a rilevanza sovracomunale (la rete dei campi da golf), i Poli Ricettivi del Turismo Rurale, la Rete dei Tracciati Storici.

La politica dello sviluppo diffuso, che prende corpo attraverso:

l'organizzazione di un modello insediativo policentrico (convinti che lo sviluppo delle ricchezze della provincia può basarsi solo sul potenziamento di tutti i centri insediativi che lo costituiscono),

• la valorizzazione dei centri storici,

la valorizzazione del tessuto produttivo attraverso i grandi ambiti industriali artigianali (complementari al sistema delle aree artigianali d'interesse locale);

la valorizzazione della rete infrastrutturale (es: il Corridoio Tirrenico, l'anello della Vetta dell'Amiata, le aviosuperfici) e dei servizi (oltre quelli citati, anche i centri espositivi e fieristici).

La politica della valorizzazione delle risorse ambientali con l'obiettivo di valorizzare tutte le risorse faunistiche, floristiche, idriche, del suolo e del sottosuolo (es: la geotermia, le acque idrominerali), per concorrere anche al mantenimento del presidio umano sul territorio contro il degrado ambientale, ed a fornire presupposti economici ad uno sviluppo che si basa proprio sull'uso di queste risorse.

Presuppone comportamenti "nuovi"

Immagina attori sociali e individuali disponibili a farsi carico della salvaguardia e della valorizzazione del territorio (il capitale fisso sociale). Le politiche di sviluppo per il territorio rurale, ad esempio, implicano questo nuovo ruolo dei soggetti. Nel PTC si propone una sorta di scambio dove quello che viene concesso ai singoli nell'ambito rurale, produce un ritorno per la comunità mediante una corretta gestione del suolo e dell'ambiente che non venendo più abbandonato evita di inclinare pericolosamente verso il dissesto idrogeologico.

 

Mette a disposizione strumenti rivoluzionari

Per raggiungere le politiche strategiche (territoriali ed economiche) il PTC mette a disposizione dei Comuni strumenti non solo innovativi, ma rivoluzionari, sia per gli aspetti metodologici che disciplinari.

Sono rappresentati dagli apparati normativi riguardanti:

• il territorio rurale,

• l'evoluzione dei sistemi insediativi,

• la valorizzazione dei centri storici,

• la valorizzazione della risorsa acqua,

• la salvaguardia del suolo.

Il territorio rurale

Nel PTC definiamo "rurale" il territorio aperto perché riconosciamo ad esso funzioni nuove legate all'uso e alla trasformazione delle risorse ambientali, al turismo, alle attività produttive quali l'artigianato, e il commercio, ai servizi collegati alle funzioni della ruralità.

Cioè facciamo riferimento allo "spazio rurale" visto non solo come il luogo della coltivazione dei campi, ma delle attività umane legate alla campagna e ai suoi valori.

E nell'immaginare ciò siamo partiti dalla constatazione che il tema delle "pari opportunità" riguarda anche le "dispari condizioni" tra chi vive in città e chi vive in campagna. E abbiamo detto che chi vuol vivere in campagna deve essere messo nelle condizioni di viverci, così come accade per chi vive in città e nei paesi.

Per questo con il PTC si consente:

▫ di trasformare il patrimonio edilizio esistente;

▫ di realizzare nuova edificazione (per attività connesse e per quelle integrative);

▫ di elevare gli standard per la qualità abitativa fino al raggiungimento di mq 180 per appartamento;

▫ di dotare le strutture aziendali di tutte quelle pertinenze necessarie per le pratiche sportive, ricreative e per il tempo libero;

▫ di introdurre meccanismi di valutazione per favorire l'attività agricola-produttiva, garantendo maggiori possibilità per realizzare strutture necessarie alla produzione agricola, zootecnica, forestale (ad esempio incrementando e potenziando gli annessi, i magazzini, gli impianti aziendali e interaziendali di trasformazione, le stalle).

L'evoluzione dei sistemi insediativi

Nel PTC individuiamo regole per una equilibrata pianificazione urbana, spingendo verso il superamento della divisione delle città per ambiti funzionali (che troppo spesso producono quartieri dormitorio).

Proponiamo invece l'integrazione della residenza con i servizi, con le attività economiche commerciali e produttive al fine di ridurre la necessità di mobilità e quindi l'inquinamento, per favorire il riappropriarsi degli spazi collettivi ed aumentare i sistemi della sicurezza pubblica.

La valorizzazione dei centri storici

Nel PTC è sancito il superamento della rigidità normativa che oggi non consente il riutilizzo dei volumi in rapporto alle nuove esigenze abitative, produttive e commerciali.

Indichiamo pertanto criteri in base ai quali si salvaguarda la parte di interesse pubblico degli edifici (le cosiddette prospettive esterne), lasciando maggiore possibilità di utilizzo delle parti interne. Parti che i Comuni possono disciplinare per favorire le trasformazioni volte a migliorare la qualità degli standard residenziali e per incentivare anche la reintroduzione di quelle attività che, nel corso del tempo, sono state espulse (artigianato, commercio).

Consentiamo, altresì, il recupero degli spazi non edificati anche per nuove edificazioni e la trasformazione degli edifici impropri al tessuto storico.

La risorsa acqua

Abbiamo cercato di razionalizzare, ottimizzare e dare nuovi input sull'uso delle acque sia per evitare gli sprechi e gli inutili consumi, ma anche proponendo soluzioni di recupero delle acque individuando un sistema funzionale nel suo complesso.

Sistema che si traduce:

▫ nella previsione, per i nuovi insediamenti, delle reti duali,

▫ negli interventi per contrastare e ridurre l'intrusione del cuneo salino;

▫ nella salvaguardia degli ambiti di ricarica delle falde;

▫ nelle regole per tutelare gli ambiti soggetti a stress idrico (pozzi lungo la costa);

▫ nella valorizzazione degli acquiferi;

▫ nel recupero delle acque depurate;

▫ nell'individuazione di nuovi invasi collinari per uso potabile e plurimo.

Riteniamo infatti che solo disciplinando il corretto uso delle acque, dalla captazione alla depurazione, è possibile ridefinire un bilancio idrico complessivo provinciale, tale da garantire le nuove opportunità di sviluppo che il PTC contiene al suo interno.

Tradotto in slogan si può dire:

"poniamo fine agli sprechi";

"evitiamo di attingere acque dalle aree in stress";

"utilizziamo gli acquiferi in modo appropriato";

"recuperiamo grandi quantità di acqua che oggi finiscono in mare".

La salvaguardia del suolo

Il PTC contiene regole di corretta gestione del suolo che, a ben vedere, comportano azioni di totale prevenzione.

Quando i Comuni declineranno questi principi nella loro gestione urbanistica, di fatto concretizzeranno gli orientamenti di "previsione e prevenzione" propri dei piani di protezione civile.

Ecco che allora la salvaguardia del suolo sancita nel PTC, favorisce anche la messa in sicurezza del cittadino.

Conclusione

Sviluppo, crescita, migliore qualità della vita, ma anche certezza che chi investe lo fa in un'area priva di rischi: ecco cosa garantiamo a PTC vigente ed attuato.

Ad avvalorare l'efficacia del Piano Territoriale di Coordinamento, ha contribuito l'esperienza recentemente maturata con il Patto Territoriale che, creando i presupposti per l'avvio di consistenti iniziative imprenditoriali e quindi nuovi posti di lavoro, ha costituito un valido ed efficace banco di prova per lo sviluppo della maremma grossetana.

Confesso che nel presentare il PTC ritenevo che la nostra amministrazione potesse essere criticata su tutto, ma non accusata di esercitare il mestiere dell'ingessatrice.

Anzi, temevo che qualche integralista ci avrebbe accusati del contrario.

Leggendo certi interventi apparsi sulla stampa sono rimasto allibito della loro stucchevole antichità e soprattutto della loro non rispondenza alla verità delle cose (ne è un esempio l'articolo apparso su Il Tirreno del 28.10.98 Titolo: "Il piano territoriale mortifica lo sviluppo". Occhiello: Gino Maccioni del Gruppo Vivi accusa la Provincia di aver redatto uno strumento che ingesserà il territorio. Sottotitolo: Resa impossibile la realizzazione di laghetti collinari. Rallentata la realizzazione degli strumenti urbanistici comunali).

Desidero invece riproporre uno slogan recentemente coniato e rispondente alla verità dei contenuti del Piano Territoriale di Coordinamento: "né ingessati, né sciancati, ma incamminati verso il futuro".

 


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Sdoganare la grande viabilità

(Introduzione al Bilancio 1996, Consiglio Provinciale, 29. 8. 1995)

L'importanza delle azioni sul fronte delle infrastrutture edili e viarie di pertinenza provinciale è il segno di quanto questa Amministrazione voglia contribuire in proprio allo sviluppo della provincia ed alla sicurezza dei cittadini.

Per quanto attiene alle infrastrutture viarie di grande percorrenza (l'Aurelia e la Grosseto-Siena) ribadisco che la nostra azione continua con incessante ostinazione.

Ne rivendichiamo con forza la priorità nazionale e auspichiamo che il prossimo parlamento e il governo che si andrà a insediare sappiano trovare i fondi necessari per l'esecuzione delle opere, magari usufruendo delle opportunità legate al Giubileo del 2000.

Se, però, così non fosse - e tutto lo lascia prevedere, anche pensando alle finanziarie rigorose che sono dietro l'angolo - bisogna smetterla con le lagnanze, i rivendicazionismi sterili ed avanzare proposte realistiche di soluzione.

E' per questo che mi sembra molto sensata la proposta avanzata dalla Regione Toscana, per l'Aurelia, di pensare a diverse modalità di finanziamento guardando anche all'esperienza di altri paesi europei; e nello stesso tempo immaginare una successione di interventi funzionali in cui sia data priorità a quelli necessari al recupero di condizioni di sicurezza cui far seguire, sempre per fasi funzionali, interventi di ammodernamento suscettibili di rendere progressivamente omogenee le condizioni di percorribilità su tutta la superficie.

Una fonte di finanziamento, sicuramente non l'unica, potrebbe essere quella derivante dalla trasformazione della tratta di Aurelia già realizzata e in corso di completamento fra Cecina e Grosseto, in percorso a normativa europea, garantendo una frequenza adeguata di svincoli per rispondere alle esigenze di mobilità locale, attualmente soddisfatte, senza tariffe per le brevi percorrenze.

Alla Società concessionaria, che beneficerebbe dei pedaggi per un tratto su cui non ha sostenuto alcun investimento, salvo per gli eventuali svincoli, potrebbe essere chiesto di concorrere agli interventi a Sud di Grosseto.

In tal senso la Regione si è impegnata agli opportuni approfondimenti progettuali di intesa con gli Enti Locali e alle necessarie verifiche finanziarie. A queste sta lavorando in collaborazione con la SAT, dalla quale si attendono elaborazioni ed elementi di giudizio più puntuali.

Per ora è solo un'ipotesi di lavoro, ma potrebbe consentirci di uscire dal tunnel dell'inconcludenza.

Per quanto concerne la Grosseto Siena sembra che entro tempi non troppo lunghi i lavori possano partire.

L'ANAS, come previsto nell'Accordo Stato-Regione, deve trasmettere i progetti esecutivi per i lotti 1,2,10,11. Risulta che sia in corso la progettazione per i lotti 1 e 2, mentre per i lotti 10 e 11 sono in corso le procedure di affidamento.

In sintonia con la Regione abbiamo confermato l'impegno ad effettuare ogni ulteriore intervento utile per la realizzazione di questa indispensabile opera viaria.

 


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Infrastrutture: a ciascuno il suo

(Introduzione al Bilancio 1998, Consiglio Provinciale 27. 2. 1998)

Il futuro si costruisce nel presente ponendo in essere tutta una serie di azioni coordinate volte a dinamicizzare la nostra economia.

Come? Operando per un più compiuto sviluppo delle infrastrutture.

Infrastrutture tradizionali quali:

◊ quelle legate alla grande viabilità e al trasporto aereo e delle merci: il raddoppio della Due Mari, l'ammodernamento dell'Aurelia, l'ampliamento dell'Aeroporto di Grosseto, la verifica della possibilità di realizzazione di un Centro Intermodale.

◊ Quelle legate alla viabilità sulle strade provinciali come:

▫ il completamento, nel 1998, della depolverizzazione delle strade bianche (Leopoldina, Marciatoio, La Bella) e la sistemazione delle ultime due (Gerfalco e Belagaio) nel 1999, che -in quanto interne a riserve naturali - rimarranno bianche ma il cui fondo stradale sarà tutto ripristinato;

▫ il superamento di tutta una serie di guadi (dove purtroppo qualcuno ha anche perso la vita) attraverso la costruzione di quelle opere d'arte che vanno sotto il nome di ponti (Montebuono, Montelattaia, Fibbianello, Crocina, Lupo, Cellena-Selvena);

▫ la progettazione nel 1998 e la sistemazione nel 1999 di annosi tratti franosi (la S. Martino-Catabbio e la zona del Convento in prossimità di S. Fiora);

▫ la progettazione nel 1998 e la sistemazione nel 1999 di due svincoli in prossimità di Follonica sulla recentemente acquisita Aurelia Vecchia (Casone e via Leopardi);

▫ la progettazione nel 1998 e la realizzazione nel 1999 di qualificanti interventi quali il Raccordo tra la SP Pollino e la SS Aurelia, e la Panoramica di Monte Argentario (progettazione quest'ultima che sarà preceduta da uno studio di fattibilità);

▫ la progettazione nel 1999 e la realizzazione nel 2000 di interventi di sistemazione (ampliamento) della S.P. Padule da Macchiascandona a Castiglione della Pescaia, la messa in sicurezza sulla stessa strada del tratto dinanzi all'aeroporto (con la costruzione di un tunnel) e la nuova realizzazione del collegamento tra la SS 439 e la SP Aurelia Vecchia (in Località Rondelli) e la SS 322 (una sorta di circonvallazione di Follonica).

◊ Poi infrastrutture a servizio di una industrializzazione leggera e compatibile come:

▫ il Sistema delle Aree industriali (Orcia 1 e 2, Scarlino, poi Orbetello e Grosseto) con la costituzione di società ad hoc deputate ad urbanizzare le aree ad a venderle a prezzi competitivi alle imprese.

◊ Ma anche infrastrutture particolarmente legate alle filiere vocazionali quali:

▫ il Parco della Civiltà Etrusca e il Parco Minerario (oltre al già nato Parco del Tufo) a servizio della filiera Turismo-Beni Culturali;

▫ la Rete delle Aree Protette e la Rete della Sentieristica a servizio della filiera Turismo-Ambiente;

▫ il Sistema delle Ippovie a servizio della filiera Cavallo;

▫ le Strade del vino, le Strade dell'olio, le Strade della carne, le Vie della castagna a servizio dello sviluppo rurale (e quindi del patrimonio territoriale nel suo insieme);

▫ il Sistema espositivo eventi a servizio della promozione dei prodotti e dell'immagine locale.


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L'Aeroporto. Tra passato e futuro

(Risposta al consigliere Roberto Barocci, Consiglio Provinciale 23. 12. 1997)

"Il consigliere svolge una serie di premesse"

Sulle premesse ritengo opportuno precisare quanto segue.

Il Piano di Sviluppo Aeroportuale fu commissionato verso la fine degli anni '80 dal Comitato Permanente dell'Aeroporto, allora composto dalla Provincia, dalla Camera di Commercio, dal Comune capoluogo, dall'Azienda di Soggiorno e Turismo di Castiglione della Pescaia.

A seguito di osservazioni al Piano avanzate dal Ministero dei Trasporti, la S.E.A.M. (costituita nel febbraio 1989) incaricò lo stesso progettista che aveva redatto il Piano di apportare l'opportuna variante. Variante consistente nel ridimensionamento della previsione e nella riduzione a due dei tre moduli previsti dal Piano.

Il costo della realizzazione dell'opera era di oltre 10 miliardi (anni 89/90).

Quale fosse la motivazione che "nei mitici anni '80" spinse il Comitato a commissionare il Piano bisognerebbe chiederlo ai componenti di quel consesso. Ma non si è lontani dal vero se si afferma che la motivazione di quel "sognare in grande" fosse quella richiamata dall'interrogante e cioè, equipaggiare l'Aerostazione di Grosseto a svolgere la funzione alternata all'Aeroporto di Roma.

I responsabili della S.E.A.M. (diversi nelle persone da quelli che facevano parte del precedente Comitato) collocarono sullo sfondo la ricordata prospettiva, puntando invece, più realisticamente, ad organizzare una struttura a servizio del turismo, vista la nostra vocazione territoriale.

Ciò, probabilmente, in ragione:

▫ dei costi richiesti dalla realizzazione del Piano;

▫ del fatto che - pur in presenza di promesse di società (tra cui la Impresit citata) di interessarsi del procacciamento di fondi statali - i finanziamenti nazionali dovevano essere effettivamente ottenuti (e non era certo che avvenisse), mentre altri dovevano essere reperiti in loco, in quanto non tutta l'opera sarebbe stata realizzabile con proventi statali a fondo perduto (e questo era certo che dovesse avvenire);

▫ dell'assenza dello spessore di traffico tipico di altri siti, quali Pisa e Firenze.

Si è quindi recentemente affacciata la prospettiva giubilare, in specie attraverso i contatti avuti con l'Opera Romana Pellegrinaggi. Di fronte a siffatta opportunità la SEAM si è posta il problema di un adeguamento della struttura che andasse al di là della funzionalità acquisita.

Immagino che rispetto alla nuova prospettiva i responsabili della SEAM non abbiano potuto far altro che pensare di predisporre un nuovo progetto, questa volta esecutivo, volto appunto ad adeguare le strutture alle prevedibili esigenze giubilari.

L'interrogante, poi, pone una serie di domande che, più opportunamente, dovrebbe porre alla SEAM. Ma tant'è".

Il consigliere interroga per sapere:

1 "quale è il costo complessivo per arrivare ad un nuovo progetto con relative autorizzazioni"

Mi si dice da parte dei responsabili SEAM che la notula del progetto di massima sia stata definita in circa 13 milioni e che non è stato ancora dettagliato l'importo per il progetto esecutivo e per le indagini geognostiche e di bonifica degli ordigni inesplosi.

2 "se risulta vero che il costo complessivo della precedente progettazione, compreso gli studi di bacino, supera i cento milioni"

Il costo della precedente progettazione risulta essere stato di £. 85.460.000 per la progettazione in sé e di £. 37.354.000 per lo Studio di bacino.

3 "se risponde al vero che uno dei nuovi progettisti sia parente di un dirigente Civilavia, che da tempo intrattiene rapporti formali con gli attuali dirigenti SEAM"

Questo quesito è assai curioso. E' un po' come se io chiedessi a Barocci se il risponde al vero che il primo progettista del Piano è un suo amico. Che c'azzecca? E poi, lo chieda ai responsabili della SEAM.

4 "se il nuovo progetto ha ottenuto il parere positivo di conformità di Civilavia, per poter svolgere anche dopo il Giubileo la funzione di aeroporto alternato e, quindi complementare a quello di Roma sia per il trasporto merci che passeggeri"

Il progetto commissionato è stato presentato dalla SEAM ai vari uffici competenti secondo quanto previsto dalla legge (Ministero dei Trasporti, Ministero dei Lavori Pubblici, Regione Toscana, Comune di Grosseto, Stato Maggiore dell'Aeronautica).

La possibilità di un maggior traffico rispetto all'auspicato picco giubilare è stata, ovviamente, tenuta presente in quanto la progettazione risulta essere tale da consentire l'ampliamento della struttura in modo modulare.

La seconda parte del quesito riporta peraltro in ballo la questione se per l'Aerostazione grossetana sia opportuno seguire la strada dello "sviluppo charteristico a supporto del turismo" oppure quella che punta a renderlo "infrastruttura a supporto di Roma" o, magari, entrambe.

Dico per amor di verità che non abbiamo affatto abbandonato nessuna delle due possibilità. Anzi entrambe le abbiamo più volte fatte presenti alla stessa Regione Toscana.

Per essere, però, realista e non cantastorie populista, debbo dire che in un recente incontro della SEAM (presente l'Assessore De Carlo) con l'Amministratore Delegato della Società Aeroporti di Roma, questi ha lasciato poche speranze al nostro desiderio di trasformare l'Aerostazione grossetana in un'infrastruttura di supporto a Roma, trincerandosi dietro i dati dell'attuale sottoutilizzazione di Ciampino e della piena capacità di Fiumicino di soddisfare ulteriore traffico, specie dopo l'effettuazione dei lavori di ristrutturazione e ampliamento disposti anche in previsione giubilare.

 


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L'Aeroporto. Il nostro impegno

(Risposta al consigliere Giulio Borgia, Consiglio Provinciale, 1997)

"Il consigliere interroga per sapere:

1 "se la Giunta sia fermamente convinta dell'importanza dell'apertura di uno Scalo Civile a Grosseto"

La Giunta Provinciale non solo è fermamente convinta dell'importanza del potenziamento dello scalo civile di Grossetano, ma lo è dall'inizio del suo insediamento.

Tanto è vero che sin dal 1995 decise di partecipare alla società SEAM con due presenze particolarmente qualificate: quella dell'Assessore Renato De Carlo e del capogruppo dei Democratici Insieme Enzo Rossi.

I quali hanno portato allo società il loro fattivo contributo, spingendo a più riprese affinché la stessa elaborasse un serio progetto di potenziamento.

Stessa sollecitazione che ho avuto modo di esternare con forza ed entusiasmo in occasione delle assemblee dei soci a cui ho partecipato.

2 " in che modo la Giunta intenda approfittare di questa probabilmente eccezionale convergenza d'interessi diversi"

Ricordo, intanto, che il 26.2.1997, in occasione delle osservazioni al Documento Preliminare al P.I.T. Regionale, una delle nostre precisazioni ebbe a riguardare proprio l'Aeroporto di Grosseto, che - si diceva - "può offrire potenzialità di sviluppo charter in relazione alla vocazione turistica dell'area, con particolare riferimento alla fascia costiera e alle aree interne, anche del senese".

Ho inoltre invitato a più riprese il presidente Gennari a presentare il progetto di potenziamento dell'aerostazione alla Commissione Nazionale che dovrà decidere il finanziamento dei vari progetti giubilari extra Lazio.

Abbiamo altresì deciso di intervenire con 700.000.000 nell'azione di ricapitalizzazione che quanto prima auspichiamo possa essere formalmente attivata.

Ho provveduto a rappresentare i problemi logistici - per i quali anche il Prefetto ha inviato una lettera - al Ministro della Difesa Beniamino Andreatta, che tra breve spero di poter incontrare.

3 " se il piano di lavoro presentato da SEAM, in sede di Patto territoriale, sia uno stralcio di un progetto complessivo da attuare, o addirittura sia già tutto il progetto stesso per arrivare all'apertura dello scalo civile".

Il progetto che la SEAM ha presentato sul Patto territoriale, è finalizzato al potenziamento dello scalo civile già aperto e funzionante. E' lo stesso progetto per il quale è stata presentata richiesta di finanziamento sui fondi stanziati per il Giubileo. Consiste nella realizzazione di un nuovo edificio, in aggiunta a quello esistente, che costituirà la nuova aerostazione.

L'impegno finanziario per la realizzazione dell'infrastruttura in oggetto, ammonta ad oltre L. 2,5 miliardi.

Si tratta di un progetto complessivo, non di uno stralcio, finalizzato all'adeguamento dello scalo civile alle esigenze derivanti da volumi di traffico notevolmente superiori a quello attuale. Si ipotizza, infatti, che con il Giubileo possano fare scalo a Grosseto almeno due voli giornalieri per oltre 100.000 passeggeri annui. Tenendo conto che quello previsto per l'evento giubilare, è un volume di traffico eccezionale e del quale è difficile ipotizzare un incremento sostanziale nel breve-medio periodo, la realizzazione del progetto consentirebbe di soddisfare le esigenze dello scalo civile per un consistente periodo di tempo.

4 "se corrisponde al vero il fatto che anche il Ministero della Difesa avrebbe dato ampia disponibilità per intervenire su alcune parti delle infrastrutture necessarie".

In ordine ai rapporti con il Ministero della Difesa, nell'evidenziare che fino ad oggi risultano improntati sulla massima cordialità e disponibilità, occorre precisare che per quanto riguarda lo scalo civile, gli interventi sulle parti strutturali hanno fatto e faranno carico esclusivamente alla SEAM.

L'Autorità militare ha svolto e svolge il servizio antincendio, necessario a garantire l'agibilità dello scalo. Peraltro il presumibile incremento del volume di traffico, porrà la necessità di una diversa organizzazione anche di tale servizio, per il quale l'Autorità militare nella dotazione attuale non sarà più in grado di garantire il completo espletamento.


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Agli antipodi dello spirito giubilare

(Lettera aperta, 14. 4. 1998)

Sono allibito per quanto ho recentemente letto e udito riguardo ai finanziamenti sul Giubileo.

La maggior parte delle chiacchiere apparse sulla stampa e veicolate dalla televisione locale sono chiacchiere casuali di chi non sa nulla della vicenda o da chi non ha fatto nulla perché l'esito fosse per noi il più positivo possibile.

Utilizzare questo pezzo dell'evento giubilare per azioni di mera propaganda di parte è disdicevole come riprovevole è strumentalizzarlo per offrire occasioni di inutile lamento a quelle categorie di soggetti che godono quando gli si dice che a livello regionale non contiamo nulla e che Roma guarda la Maremma solo come luogo di vacanze.

Cerchiamo allora di uscire da questa perversa retorica e di ricostruire la vicenda per capire "chi ha fatto che cosa" e "chi non ha fatto nulla".

La legge 270/97, titolata "Piano degli interventi di interesse nazionale relativi a percorsi giubilari e pellegrinaggi in località al di fuori del Lazio" prevedeva che, ai fini dell'istruttoria degli interventi da inserire nel Piano, il Ministro per le Aree Urbane, con proprio decreto (trasmesso alle competenti Commissioni Parlamentari ed alla Conferenza Stato-Regioni) fissasse i criteri cui la Commissione Nazionale avrebbe dovuto attenersi nella selezione delle richieste.

La bozza di Decreto, da noi cercata e ricevuta la prima settimana di settembre (mentre altri in sede locale ignoravano sia la legge che il decreto attuativo) ebbe subito ad allarmarci perché all'art. 4 stabiliva che la Commissione Nazionale avrebbe attribuito priorità "a) alle mete storiche ubicate lungo le principali direttrici giubilari: via Appia e via Appia Traianea, via Flaminia orientale, via Francigena e via Romea; b) alle seguenti principali mete religiose tradizionali e di pellegrinaggio e nelle località connesse: Assisi, Loreto, Padova, Pompei, S.Giovanni Rotondo, nonché in altre mete religiose tradizionali e di pellegrinaggio con più di un milione di visitatori annui; c) alle città d'arte, meta di più di un milione di visitatori annui; d) ai principali porti, aeroporti e nodi ferroviari, qualora costituiscano poli strategici per l'interscambio dei flussi di pellegrini".

Immediatamente (il 12.09.1997) ebbi ad intervenire presso il Ministro, il Direttore dell'Ufficio Programma Roma Capitale d'Italia e le Commissioni Parlamentari perché tra le direttrici giubilari fossero incluse anche la "via Clodia" e la "Consolare Aurelia" (ma dove erano i signori locali che oggi gridano allo scandalo?).

Il mese successivo (18.10.1997) ricevetti risposta dal Ministro che comunicava la non modificabilità del Decreto, segnalando peraltro "che in merito alle altre mete religiose (rispetto a quelle considerate prioritarie) si determinerà la Commissione sulla base dei criteri contenuti nel decreto".

La non presenza sul decreto di vie che transitassero per il nostro territorio di fatto rendeva quasi impossibile attrarre risorse su interventi locali.

In verità, la lettera del Ministro lasciava aperto uno spiraglio, perché il citato articolo 4 del Decreto dichiarava essere "inoltre, prioritarie le proposte di interventi che risultino ricompresi in progetti funzionalmente integrati oggetto di intese, concerti ed accordi di programma" promossi da una o più amministrazioni locali.

Ecco come e perché nacque il nostro interesse a partecipare al Protocollo d'Intesa fra la Regione Toscana, la Conferenza Episcopale Toscana, le Amministrazioni Pubbliche e gli Enti Religiosi della Toscana. Protocollo sottoscritto il 26 novembre 1997, per il quale la Provincia svolse - come di consueto - un'azione di informazione, di raccordo e di raccolta di 24 progetti. Ricordo ancora la firma del Protocollo (sottoscritto, tra gli altri, dai Presidenti delle province e dai Sindaci dei comuni capoluogo della Toscana) per il trafelato sopraggiungere - quando ormai tutti avevamo abbondantemente firmato - di un assessore del Comune di Grosseto per sottoscrivere il documento di cui non conosceva il contenuto e all'interno del quale non comparivano i progetti del Comune capoluogo, perché non ancora elaborati e quindi non trasmessi.

Preciso, altresì, che l'Intesa era aggiuntiva rispetto alla trasmissione della richiesta di finanziamento che ciascun presentatore di intervento doveva direttamente inoltrare, compilando un apposito modulo, all'Ufficio per "Roma Capitale Grandi Eventi" (cosa che tutti hanno provveduto a fare).

E' iniziato poi il lavoro della Commissione Nazionale che noi abbiamo atteso in rispettoso silenzio.

Nel frattempo ci fu l'intempestiva dichiarazione del Sindaco di Grosseto (ovviamente diffusa dai mezzi d'informazione locali) circa il sicuro finanziamento del progetto presentato dalla Società dell'Aeroporto. Dichiarazione per la quale criticai il Sindaco (durante un incontro in Prefettura) tanto ci risultava lontana dalla realtà. Ma debbo ammettere di essere stato stuzzicato dalla curiosità di conoscere l'autorevole fonte che gli aveva trasmesso l'informazione (sperando che fosse vera): apprendo oggi che lo seppe dal Presidente della Camera di Commercio il quale, a sua volta, l'aveva appreso dalla cronaca fiorentina di un quotidiano. Alla luce di questa informazione non mi resta che essere allibito dalla faciloneria e dall'imprudenza.

Nel mese di marzo sono iniziate a trapelare le prime indiscrezioni sulle graduatorie predisposte dalla Commissione Nazionale, che ci vedevano - come era abbastanza ovvio immaginare - collocati molto in basso.

Abbiamo cercato nuovamente di interessare la Regione, mentre ci veniva comunicata l'attenzione di Flavio Tattarini. Il tentativo ha perlomeno sortito l'inclusione di tre nostri progetti.

Non è molto, specie vista la rilevanza e la serietà di altri progetti presentati (tra tutti cito quelli della Comunità di Nomadelfia), ma viste le premesse del decreto non era facile ottenere risultati più lusinghieri, anche se non ci siamo mai dati per vinti. (A proposito, sia pure nel frangente finale, cosa facevano quelli che oggi gridano, interrogano e sparlano?)

Dalle cose dette, delle quali sono stato protagonista e rendo testimonianza, traggo le seguenti conseguenze:

▫ molti di quelli che oggi chiacchierano non hanno fatto nulla perché la nostra terra incassasse risultati significativi;

▫ la Regione Toscana, attraverso l'Intesa, ha cercato di raccogliere più finanziamenti possibili e, in extremis, ha recuperato qualche ulteriore finanziamento che la Commissione Nazionale non aveva previsto;

▫ far parte dell'Intesa è stato fondamentale, tanto che gli unici progetti finanziati sono stati quelli inclusi nella stessa;

▫ includere la richiesta di finanziamento per l'Aeroporto (cosa da me suggerita in più occasioni) era anche un tentativo per dare forza alla nostra zona, secondo quanto previsto dall'articolo 4, d del citato Decreto;

▫ la partita è stata decisa in sede di Commissione Nazionale, la quale sembra, tra l'altro, avere scelto di non finanziare progetti attinenti ad infrastrutture aeroportuali; ed è a quella sede che deve essere richiesta l'esibizione di criteri oggettivi e trasparenti in base ai quali sono state definite le graduatorie;

▫ la Provincia, pur in presenza delle poche possibilità lasciate dal Decreto, ha operato sin dall'inizio in modo attivo e trasparente (le interpretazioni maliziose le rispedisco al mittente) e continuerà a farlo anche in questa fase, magari cercando di intercettare ulteriori risorse disponibili.

E' allora veramente penoso che il solito concertino locale suoni la solita vecchia musica di una Maremma abbandonata da tutti (salvo dai recenti eletti del Polo) e governata da una banda di amministratori locali incapaci (ovviamente dell'Ulivo).

Come è realmente pericoloso tagliare i ponti con tutti, Governo, Regione, Provincia, per ritirarsi in una sorta di cittadella autarchica che ha molto di leghista e che non porta da nessuna parte.

Se poi, quello che interessa sono le fortune politiche personali e di gruppo e non il rispetto della verità e il vantaggio delle popolazioni amministrate, allora si continui pure a spargere concime velenoso.

Io non ci sto! - Anche perché è agli antipodi dello spirito giubilare.


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Maremmani e Intermodali

(Intervento, Conferenza Regionale dei Trasporti - Gruppo sull'Intermodalità,

Firenze, 20. 6. 1997)

Nel quadro delle interessanti considerazioni esposte dai relatori mi sento di condividere in larga parte l'intervento del dott. Del Gamba perché bisogna sempre più avere la capacità di ragionare in termini strategici e quindi sistemici.

Debbo, però, ammettere di essere rimasto turbato dall'intervento del dott. Casini.

Infatti, il coordinatore del bacino logistico centro-nord delle ferrovie dello stato ha parlato di potenziamenti dell'asse ferroviario fuorché in una zona della Toscana, quella grossetana.

Gradirei conoscere le motivazioni di questo disinteresse per la "logistica" di una zona della Regione che potrebbe invece utilmente collocarsi tra l'Interporto di Guasticce e Civitavecchia. A meno che non si voglia sostenere che la Maremma non fa più parte del centro, ma del Sud (e allora esulerebbe dalle sue competenze di coordinatore).

Come detto, ritengo necessario ragionare in termini sistemici e quindi evitare di perdersi dietro iniziative estemporanee e di dubbia utilità.

Prendo atto della volontà della Regione di puntare al potenziamento o alla completa realizzazione dei due Interporti di Livorno-Guasticce e Prato-Gonfienti.

Forte, però, di quanto indicato nel Piano di Indirizzo Territoriale regionale, dove si parla della possibilità di previsione di centri intermodali e scali merci, comunico che in sintonia con la Camera di Commercio, il Comune capoluogo e il mondo associazionistico grossetano, stiamo lavorando per verificare la fattibilità di un "centro intermodale" collocato in Maremma.

Ciò in ragione della presenza di una importante "T" di tipo stradale (Aurelia e Due Mari) e di tipo ferroviario (specie se si tendesse a potenziare la linea trasversale).

Vorrei, pertanto, comprendere se la Regione Toscana condivide la nostra volontà di lavorare in tal senso.

Noi lo stiamo facendo con senso di realismo, senza pensare ad inutili concorrenze, ma ad un sistema integrato e perseguendo quella logica di spesa che punta alla conclusione delle opere intraprese.


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Le Infrastrutture e il Ministro

(Intervento, incontro con il Ministro Costa, H. Granduca, Grosseto 13. 7. 1998)

Il Ministro ha più volte fatto tre affermazioni.

E' finito il tempo degli interventi infrastrutturali fatti per fare gli appalti al di fuori di qualsiasi logica programmatoria.

E' finito il tempo di Km di pseudo-progetti elaborati unicamente per apporre il chiodo, ma mancanti di tutti i requisiti richiesti dalle normative recenti.

E' finito il tempo delle scelte fatte in ragione dei potenti e dei potentati locali con addentellati nazionali.

E' giunto il tempo della programmazione degli interventi unicamente basata:

▫ sulla individuazione delle effettive priorità,

▫ sul desiderio di colmare i più rilevanti deficit infrastrutturali delle diverse aree del Paese,

▫ su progettualità ben definite e dettagliate, organizzando forme di finanza innovativa.

Le infrastrutture da potenziare

Mi sia permesso di ricordare che noi quando parliamo di infrastrutture non intendiamo solo quelle tradizionali.

Tanto è vero che per dinamicizzare la nostra economia, oltre al sistema delle Aree Industriali, prevediamo infrastrutture tipiche legate:

▫ al Parco degli Etruschi e al Parco Minerario a servizio della filiera Turismi-Beni Culturali;

▫ alla Rete delle Aree protette e della Sentieristica a servizio della filiera Turismo-Ambiente;

▫ al Sistema delle Ippovie a servizio della filiera cavallo;

▫ alle Strade del vino, dell'olio, della carne, le vie della castagna a servizio dello sviluppo rurale.

Siamo impegnati, altresì, nel rafforzamento delle infrastrutture portuali per la nautica da diporto con la realizzazione dei nuovi porti turistici al Puntone di Scarlino e a Marina di Grosseto; il potenziamento del porto turistico di Talamone e di Giglio Porto, il mantenimento del porto commerciale e il potenziamento di quello turistico a P.S.Stefano; la riqualificazione dei porti di Castiglione della Pescaia e di Port'Ercole.

Né ci dimentichiamo delle infrastrutture innovative legate alle autostrade telematiche, in sintonia con la Regione Toscana e l'Università di Siena.

Non c'è però dubbio che ancora molto deve essere fatto sul fronte delle infrastrutture più tradizionali.

Un recente studio dell'Istituto Guglielmo Tagliacarne su "La dotazione delle infrastrutture per lo sviluppo delle imprese nelle 103 province" pone la Provincia di Grosseto al 94˜ posto per la dotazione di "strade e autostrade" e all'85˜ posto nella "graduatoria generale" (comprensiva di strade e autostrade, rete ferroviaria, metanodotti, impianti elettrici, acquedotti e depuratori, telecomunicazioni, porti, aeroporti, servizi alle imprese).

Per questo assume un decisivo rilievo il completamento del Corridoio Tirrenico e la trasformazione dell'Aurelia in Autostrada.

Nell'incontro che si ebbe presso il suo ministero nel corso del 1997 lei mi ebbe a dire che il Governo avrebbe lavorato per quegli interventi sui quali si registrava un consenso unanime a livello locale. Sul consenso ci abbiamo lavorato ed è stato sostanzialmente raggiunto.

Ora attendiamo la risposta nazionale su: tempi, progetti, finanziamenti, esenzione pedaggio per i residenti.

L'Amministrazione Provinciale di Grosseto sull'Aurelia ha già messo risorse insieme alla Regione Toscana per la progettazione esecutiva del tratto a due corsie di Capalbio.

Peraltro, allo stato attuale sembrano essere bloccati anche i lavori di completamento della seconda canna all'altezza di Follonica.

Perché? - Quando sarà completata?

Strategico è naturalmente l'ammodernamento della Due Mari nel tratto Grosseto-Siena.

La situazione è la seguente.

I Lotti 1-2-10-11 hanno le progettazioni quasi esecutive (il 21.07 è convocata la Conferenza dei Servizi per la esecutività) e i finanziamenti assegnati (ma che forse non saranno sufficienti).

Per i Lotti 3-4-9 le progettazioni sono in corso, a carico degli Enti Locali: mancano, però, i soldi per l'esecuzione dei lavori.

Per i Lotti 5-6-7-8 (i più difficili e onerosi) occorre ancora far partire le progettazioni e reperire i soldi per i lavori.

Anche in questo caso attendiamo la risposta del Governo sui tempi e sulle modalità di reperimento dei finanziamenti.

Lo sviluppo passa anche per il potenziamento degli altri assi trasversali statali.

Vi sono alcune strade statali trasversali che per la loro strategicità avrebbero necessità di ammodernamento in alcuni tratti.

Tra queste mi preme ricordare la SS 74 Maremmana (Albinia-Orvieto); la 323 del Monte Amiata; la Follonica Siena.

Ferrovia, Aeroporto e Centro Intermodale

Fuori discussione risulta poi essere il rafforzamento del sistema Ferroviario Tirrenico, anche tenendo conto dell'auspicato potenziamento della Pontremolese.

Molte delle nostre carte sono anche legate all'effettivo "decollo" dell'Aeroporto di Grosseto a servizio di un bacino d'utenza sovraprovinciale e magari a supporto dell'Aeroporto di Roma-Fiumicino.

Le confesso, infine, che stiamo operando per verificare la fattibilità di un Centro intermodale da collocare in adiacenza alla città di Grosseto.

 

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